Consigli

Spesso le persone arrivano a chiedere un aiuto psicoterapeutico che prende una forma, diretta o indiretta, più o meno consapevole, del tipo: “questo è il problema, dimmi come si fa a risolverlo… Dimmi cosa devo fare… Dammi il consiglio risolutivo…”.
Questa visione evidenzia l’idea, forse ereditata dal modello medico e dal rapporto medico-paziente, non totalmente ma fortemente orientato in termini di un esperto competente che elargisce indicazioni perentorie su cosa fare e cosa non fare per “curare la malattia”.
In campo psicologico funziona diversamente. Lo psicoterapeuta non dà consigli. Quelli li lascia agli amici. Anche perché la richiesta del paziente può essere intesa come una richiesta di aiuto per una malattia con sintomi fisici e psicologici, emotivi e relazionali, che esprime una ‘crisi del modo di stare al mondo della persona’, modo che fino a poco prima ha funzionato.
Il terapeuta è un cooperante del paziente, affiancandolo nell’aiutarlo a comprendere cosa è successo che lo ha portato a stare male.
Il terapeuta non è un giudice esperto che corregge le idee e i comportamenti sbagliati del paziente. Il terapeuta aiuta il paziente a comprendere come nel tempo ha dato significato alle esperienze incontrate. Per considerare idee, credenze, convinzioni e significati della persona non come errori di valutazione della realtà, ma i modi che la persona ha trovato per dare senso ad una realtà che troppo spesso sembrava non avere senso. Senso per altro inteso in due modi: come significato e come direzione per affrontare ciò che gli è capitato.
Tutto questo perché il paziente non è semplicemente (anzi non è affatto) uno ‘spostato di testa’ che qualcuno deve provare a rimettergli a posto. Il paziente è una persona con la sua dignità che lotta da sempre per cavarsela a partire dalle condizioni in cui è cresciuto, quando, da piccolo, aveva pochi strumenti per affrontare qualcosa più grande di lui.
La sofferenza, quindi, va inquadrata nel più generale modo di funzionare della persona: cosa pensa e come usa i suoi pensieri; cosa lo fa soffrire e quali sono le emozioni dolorose che più spesso tende a vivere (ansia, paura, preoccupazione; tristezza, angoscia e malumore; frustrazione, delusione e rabbia; sensi di colpa, vergogna e altri ancora); quali sono le abitudini negative e i comportamenti disfunzionali che gli creano problemi; come funziona nelle relazioni, cosa lo fa stare male e come reagisce.
Comprendere questo funzionamento deve essere fatto sempre in relazione ai problemi portati dalla persona e ai motivi per cui chiede di essere aiutata.
Tempi e modi della comprensione e del cambiamento sono tutti da verificare in base a quanto la persona riesce a ridurre i suoi sintomi e malesseri e a trovare modi più sani, utili e adattivi di pensare, sentire, agire e vivere le sue relazioni nei diversi ambiti di vita.

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