Le regole della sofferenza

La sofferenza emotiva e nelle relazioni segue alcune semplici regole.
Fin da bambini, ascoltando parole o semplicemente vedendo comportamenti, abbiamo imparato, tra le altre cose, che:
NON DEVI PROVARE CERTE EMOZIONI. Solo alcune emozioni e stati d’animo sono leciti e permessi, altri sono proibiti.
NON DEVI ESPRIMERE CERTE EMOZIONI. Alcune le puoi esprimere e altre no. Solo in alcune situazioni e non in altre. Solo in certi modi e non in altri.
Di fronte alle regole, la trasgressione porta alla punizione che, nei rapporti primari, per un bambino vuol dire ANGOSCIA di perdere l’amore e la stima delle figure importanti. Inconcepibile per una mente in formazione. Insostenibile per un bambino.
Crescendo, quindi, abbiamo interiorizzato queste regole, originariamente provenienti dalle figure di riferimento; le abbiamo fatte sempre più nostre, consolidandole in modalità di comportamento ed espressione che ci hanno portato progressivamente ad ammalarci nel corpo, nei pensieri e nelle relazioni interpersonali.
La sofferenza di oggi nasconde e rivela, al tempo stesso, questo funzionamento precocemente appreso e nel tempo cristallizzato.
La cura parte dalla sofferenza ‘qui e ora’ per andare ad investigare ‘lì e allora’ quando la nostra mente infantile, cronologicamente, ma anche saggia e intuitiva, ‘decise’ quale potesse e dovesse essere il modo migliore per organizzarsi date quelle regole e per evitare quell’angoscia.
Quella DECISIONE PRECOCE, sostanzialmente inconscia, ha delineato il modo di stare al mondo e nelle relazioni di quel bambino prima, del ragazzo successivamente e dell’adulto in seguito.  A quel tempo, quella decisione, probabilmente, fu vissuta come l’unica possibilità per ‘proteggersi dalla minaccia dell’angoscia di non sentirsi amati e apprezzati’. Oggi, la persona è chiamata, da se stessa, dalla propria sofferenza e dal desiderio di benessere, a RIVEDERE quelle REGOLE e quelle DECISIONI per ricominciare, da oggi, il resto della propria vita.
Nel lavoro psicoterapeutico, la persona contatta il ‘dolore primario’ di non aver ricevuto quell’amore e quella stima vitali, se non in modo ‘condizionato’: “posso ricevere quel minimo indispensabile di amore e apprezzamento dai miei genitori, se e solo se… Sto buono e zitto… Non li faccio arrabbiare… Mi mostro sempre forte… Non mi mostro mai troppo vivace… Non disturbo troppo… Accudisco i miei genitori… Non chiedo per i miei bisogni… Ecc. Ecc. Ecc.”. Questi sono solo alcuni pensieri, sostanzialmente inconsapevoli per il bambino di 5 o 6 anni, che delineano però in maniera netta quella ‘DECISIONE PRECOCE SUL MODO MIGLIORE DI CAVARSELA’ date quelle condizioni materiali ed affettive in cui è cresciuto. Ciascuno di noi ha fatto pensieri condizionati simili o anche molto diversi dagli esempi che ho riportato, tutti comunque a sostegno della propria ‘decisione precoce’. In terapia, la persona prima diventa consapevole dei particolari della sua decisione antica e poi inizia a sperimentare, con azioni concrete nuove, altre possibilità per ‘ri- decidere’ un modo più flessibile e adeguato alla persona che è oggi.

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