Il ponte. La ferita e la guarigione

Mi vengono gli attacchi d’ansia, il mio corpo trema tutto e la mia mente è offuscata quando devo presentare il mio lavoro alla riunione coi capi. Mi ricordo quando all’università a volte venivo assalito da un’ansia così invasiva da non riuscire a presentarmi all’esame. Mi torna in mente mio padre che, quando facevo le scuole elementari, mi urlava in faccia arrabbiato quando non ripetevo la lezione di scienze come lui voleva e credeva “dovesse essere ripetuta”. Provo le stesse sensazioni di paralisi, paura, rabbia, impotenza. Il mio corpo si irrigidisce. Non riesco a parlare. Oggi potrei imparare a rilassarmi prima della riunione, potrei cercare il supporto di qualche collega fidato che stima il mio lavoro, potrei dire a me stesso che posso anche sbagliare e potrò comunque recuperare. Se ripenso a quando ero bambino, credo che papà volesse aiutarmi a crescere però non sapeva usare altri modi che quelli bruschi e aggressivi. Lo faceva anche con mio fratello. Era un suo limite, non era il segno della mia incapacità.

Spesso non si riesce a comprendere quello che ci succede oggi se non prestiamo uno sguardo attento a quello che è successo tempo fa…
Questo esempio esprime uno schema di consapevolezza ed un esercizio che puoi fare per curare la tua ferita e cambiare concretamente cosa fai oggi. Un esercizio attraverso cui costruire un ponte tra presente e passato, fare la spola tra questi due momenti della tua esperienza, creare una possibilità di cura del tuo dolore antico e attuale. Ecco la traccia.
QUI-E-ORA. Individua una situazione stressante attuale: cosa senti, cosa fai, cosa pensi, come reagisce il tuo corpo. Una situazione, ad esempio, in cui provi rabbia, angoscia, tristezza, impotenza, vergogna, paura, preoccupazione, senso di colpa, senso di disperazione, ecc.
LÌ-E-ALLORA. Nota dove ti porta quello che stai vivendo ora. Ricerca nella tua memoria una situazione o una relazione antica o anche di un passato più recente in cui probabilmente hai imparato a reagire come reagisci oggi, a sentire quello che senti, a pensare ciò che pensi, ad agire come agisci, a sentire quello che senti nel tuo corpo.
QUI-E-ORA. Cerca cosa puoi fare adesso di diverso dal passato. Quali risorse, strumenti, abilità e possibilità sono ora a tua disposizione per governare la situazione attuale, aspetti che in origine ti sono mancati, non erano per te disponibili.
LÌ-E-ALLORA. Come puoi rileggere ora ciò che è accaduto in passato. Come puoi rielaborarlo in modo più utile e funzionale per te, meno traumatico, non colpevolizzante, in qualche forma e grado “riparatorio”, in modo da poter arrivare a sviluppare un senso interiore profondo di accettazione e perdono, di te stesso e magari anche degli altri. Se il perdono non arriva, è fondamentale almeno cercare l’accettazione dentro di te che le cose sono andate come sono andate e che questo non ha niente a che vedere col tuo valore di persona, con la tua dignità e col tuo diritto ad essere amato e rispettato.

5 pensieri riguardo “Il ponte. La ferita e la guarigione”

  1. In psicologia – come in realtà rudimentale – ha luogo il princìpio compensativo,il quale si collega virtualmente al tessuto antropico circostante,il cui riflesso comparativo non potrà mai essere assolutivo ma esponenziale di una “medesimità funzionale” da cui poter estrarre se non una ragione, una constatazione ragionata di un determinato fatto,cercandone l’essenza utile alla comprensione,alla “padronanza dalla conoscenza”e al porgimento del sé più positivo e migliore,in relazione ad ogni scenogramma esistenziale.

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  2. La ringrazio per la cortese risposta. Anche una lettrice mi ha confidato la sua perplessità a capire il contenuto del mio commento originario; dunque con questo mio secondo intervento, tento di fornire una nota esplicativa a quello che non è una tesi di laurea in materia di psicologìa ma bensì un motivo di esercitare,su un tema sicuramente poderoso e importante,come lo è la psiche umana, il logos. Il soggetto che compete con un suo passato di fragilità emotiva (“attacchi di ansia”,incapacità di padronanza dei propri nervi) non si affrancherà dal retaggio patologico con un colpo di spugna”perdonandosi”, né tampoco “accettandosi”: sono compromessi dettati da un’ulteriore debolezza. Pure ascoltando il cardiopalma dell’umanità intiera non otterrà una competizione che lo solleverà veramente dal suo problema: non è considerando le altrui miserie che si diviene più ricchi. Il soggetto che sceglierà di affidarsi a uno psicologo di professione, dovrà innanzitutto sperare che questi sia una persona onesta e competente; ora, ammessi tali requisiti, lo psicologo non potrà guidare il suo paziente su un sentiero che non abbia la insostituibile e alacre volontà dell’uomo in cura di voler esso percorrere,cooperando in sé per primo, per nutrire e realizzare la stima e la fiducia del sé, prima che per ogni “deux ex machina”; con altre asoettative mentali, non si può che rientrare in quel recinto del “come è andata è andata”,del “mal comune,mezzo gaudio” e ancora: “tanto c’è chi pensa in mia vece”. Accettarsi è necessario e positivo ma col proposito di non ripassare sopra un ponte pericolante. Ai postumi di una malattia,ne dovrebbero conseguire gli anticorpi. Cercare il miglioramento psichico spesso abbisogna solo di una fiducia mai avuta o smarrita. Buona prosecuzione.

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