Attraverso la ferita

Maria si rende conto che ha enormi difficoltà a farsi rispettare, un po’ da tutti e in diversi ambiti della sua vita. A scuola è sempre stata timida e un po’ imbranata, sentendosi inadeguata e tendendo ad evitare le relazioni interpersonali oppure a coltivarne poche e assolutamente “fidate”, con l’idea, più o meno realistica, di non voler correre alcun rischio di essere criticata o smascherata nelle sue avvertite debolezze. È riuscita comunque a finire gli studi in modo brillante e ha trovato lavoro come amministrativa presso una piccola azienda. Ha sempre avuto poche amicizie e nessun fidanzato. Fino a quando, intorno ai 25 anni, ha trovato un uomo da cui si sente amata e rispettata. “Si sentiva” almeno, fino a quando, con due figli che stanno crescendo, alcune loro divergenze su come impostare l’educazione hanno fatto emergere conflittualità di coppia da sempre sopite (anche il marito aveva bisogno di una donna mite e docile come lei…) e che ora stanno prendendo la forma di liti continue in cui quel rispetto e stima reciproci stanno svanendo e anche la storia d’amore prende altre connotazioni. Gli stessi figli, pur piccoli, stanno imparando a “mettere i piedi sopra la madre…”. Anche sul lavoro Maria non sempre riesce a nascondere la sua “vulnerabilità”: si sente sempre sotto pressione e si lascia sottomettere, dice sempre sì, non riesce a scrollarsi di dosso compiti che indebitamente le vengono affibbiati.

Arriva in terapia presentando una psoriasi e umore depresso. L’esplorazione delle problematiche nelle relazioni attuali la riporta ai suoi “apprendimenti precoci” quando una madre depressa e remissiva le ha trasmesso “l’arte di non farsi rispettare”, da tutti. E un padre evidentemente autoritario prima con la moglie e poi con i figli (il fratello maggiore di Maria è militare di carriera…) ha coltivato il suo sentimento di inadeguatezza e insicurezza.

Maria ha cominciato a riconoscere il senso delle sue scelte precoci: i bisogni frustrati di bambina mai veramente vista e ascoltata, con motivi diversi da nessuno dei due genitori; la necessità, avvertita come unica scelta a sua disposizione, di “fare la brava”, mantenere il controllo ed evitare conflitti.

La terapia le è servita innanzitutto per riprendere contatto con la sua “bambina sola”, non riconosciuta, amata “condizionatamente”. E per rivisitare alcuni aspetti del suo rapporto coi genitori, in particolare si sta liberando di alcuni sensi di colpa che oggi ritiene improponibili da portarsi ancora addosso. Quindi le sta servendo come “palestra” per sperimentare alcune abilità relazionali: sta imparando a riconoscere i suoi bisogni e a chiedere per essi; sta imparando a riconoscere la propria stanchezza e a dire no quando sente di non farcela; sta imparando a prendersi del tempo solo per sé, senza necessariamente dover stare appresso ai bisogni del marito e dei figli. Mentre è ben contenta di queste nuove possibilità che si sta concedendo, sta anche facendo i conti con le reazioni degli altri (a casa e al lavoro), non sempre favorevoli al suo cambiamento. Lavori in corso…

Anche se le persone che arrivano a chiedere un aiuto terapeutico manifestano la loro sofferenza portando diversi sintomi psichici e somatici, portano sempre anche e comunque la loro ferita, il loro “bambino addolorato, spaventato, arrabbiato, solo”, i loro schemi precoci attraverso cui hanno imparato a “vivere” e da un certo momento in poi a “soffrire”.

La ferita si esprime attraverso “abitudini radicate” o “schemi persistenti” che governano il nostro pensare, sentire, agire. E il modo in cui incontriamo le altre persone e viviamo i rapporti interpersonali.

Il cambiamento e l’evoluzione personale, attraverso la psicoterapia, prevedono diverse fasi che si intrecciano l’una con l’altra in modo integrato.

  1. Riconoscere la ferita osservandola come si manifesta nel quotidiano, nella ripetizione di scelte e relazioni fonti di sofferenza, frustrazione, delusione.
  2. Comprendere le origini della ferita, nelle relazioni primarie e nelle precoci esperienze di vita, come abbia cominciato ad orientare il proprio comportamento fin dalla più tenera età.
  3. Rivisitare la ferita, in particolare legittimando i bisogni frustrati che esprime e cercando modalità per realizzarli, alternative a quelle patologiche scelte e ripetute negli anni.
  4. Sperimentare queste nuove modalità, in modo da risultare un’esperienza emotiva e relazionale nuova e sostenibile per la persona, tra conquiste e benefici perduti (prezzo da pagare, aspetti a cui rinunciare). Confrontandosi con la paura di fare qualcosa di nuovo e di lasciare il vecchio, ma anche con l’enorme aumento di benessere e felicità che questo nuovo scenario rende possibile
  5. Consolidare le nuove modalità in modo creativo, adatto alle risorse e alle possibilità individuali.

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