Circoli interpersonali viziosi

Luca da sempre è stato un ragazzo timido e introverso. I genitori sono stati sempre distratti nel prendersi cura di lui, troppo occupati coi personali problemi (più infantili del figlio, occupati con le personali ferite emotive e conflitti irrisolti della loro infanzia). Le interazioni col figlio erano fredde, aride e distaccate, veicolando implicitamente un messaggio del tipo “non disturbare coi tuoi problemi”, “non essere pesante con le tue richieste”. Luca ha fin da piccolo sviluppato un’idea di sé come “non importante, non interessante”. Progressivamente ha cominciato ad avere problemi con gli altri fino a ritirarsi da scuola quando aveva 16 anni. Successivamente non è mai riuscito a mantenere un lavoro per poco più di qualche mese. Ciò ha contribuito a rafforzare anche un’immagine interiore di sé come “incapace, non all’altezza”. Il suo è stato un progressivo ritiro dai rapporti interpersonali, pur desiderando, nel più profondo di sé, di avere amici o una fidanzata. Guidato dal pensiero, più o meno consapevole, che “è meglio evitare i rapporti con gli altri perché troppo dolorosi emotivamente”. Le difficoltà a lavorare e ad avere relazioni significative hanno affossato la sua autostima con pesanti vissuti di fallimento ed esclusione sociale. È arrivato a chiedere aiuto per una depressione diventata quasi inevitabile.
In casi come questo o simili, una parte importante del lavoro per ridurre la sofferenza psicologica è l’intervento sui PROBLEMI di RELAZIONE del paziente. La persona può avere problemi in ambiti specifici delle sue relazioni, più o meno circoscritti (al lavoro o in famiglia, nelle relazioni di coppia o con gli amici, coi superiori o coi subordinati, con le persone del proprio o del sesso opposto, e via così) oppure vivere un disagio, più o meno intenso, in tutte le relazioni interpersonali, un po’ con tutti insomma, spesso o quasi ogni volta.
La persona ha imparato ad indossare, metaforicamente, un paio di occhiali con le lenti colorate e tende a vedere tutto e tutti dello stesso colore. Quello delle origini. Fuor di metafora, l’individuo tende a percepire gli altri tutti uguali tra loro e se stesso in un unico, rigido modo autosvalutante. In particolare, si sente “trattato” da tutti allo stesso modo, tipicamente negativo. Le altre persone, attraverso i suoi occhiali, nella sua mente, sono tutti ostili, giudicanti, sprezzanti, umilianti, pericolosi, immorali, irrispettosi, ingrati, ecc.. La persona, sentendosi trattata allo stesso modo un po’ da tutti, tende a reagire allo stesso modo un po’ a tutti. Queste immagini interiori o idee rigide di sé e degli altri attivano “circoli interpersonali viziosi” che esitano sempre in emozioni negative (tristezza, rabbia, paura, senso di colpa, vergogna, ecc.) e incomprensione reciproca, fino alla rottura dei rapporti o a relazioni che continuano, ma sempre più insoddisfacenti, deludenti e conflittuali.
Individuati questi circoli viziosi nel loro dispiegarsi concreto (quello che fa una persona, come risponde l’altra, quali emozioni vivono entrambi e come esita l’incontro), in terapia tre passaggi possono essere utili per comprendere e cambiare. Tre spunti di riflessione, azione e cambiamento di prospettiva nell’incontro interpersonale.
1. Come, quando e perché la persona ha “costruito nella sua mente un’idea” di sé e di come sono gli altri… Idee che guidano il suo comportamento nelle relazioni.
2. Come, quando e perché la persona “tende a costruire nella sua mente gli altri attuali” (a vederli proprio come sono gli altri originari, i genitori interiorizzati) e ad interagire con loro guidato da quelle idee e immagini interiori.
3. Come, quando e perché “può cominciare a costruire nella sua mente e percepire gli altri e sé in modo più realistico e utile” a creare relazioni interpersonali più serene e gratificanti.
Il lavoro terapeutico può essere lungo, faticoso, doloroso e… anche molto trasformativo. Cambiano le immagini interiori che attivano nuovi comportamenti e quindi nuove possibilità sia nelle relazioni sia come sentimenti di autostima e fiducia nelle proprie capacità.

3 pensieri riguardo “Circoli interpersonali viziosi”

  1. Buon giorno dott. Fusco.
    Ho letto con interesse il suo post e mi viene in mente che certi vissuti, come quelli di Luca, creino “algoritmi mentali”, cioè una “sequenza finita di passi” (proprio come gli algoritmi) che portano a ripetere certi comportamenti, pensieri ed emozioni.
    Mi chiedo, con un caso come quello di Luca, quanto tempo di lavoro psicoterapico occorre in media affinché l’algoritmo venga smontato per far posto ad una sequenza infinita di passi da poter liberamente scegliere.

    Grazie per la possibilità di riflessioni ed informazioni che ci offre via web.

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    1. Buongiorno Fabio, solitamente questi circoli interpersonali viziosi sono “attivati” da una personalità con un assetto rigido che ha bisogno di un lungo lavoro, anche 3/4 anni, per essere reso più flessibile o con un numero più ampio di scelte possibili ovvero per permettere alla persona di “incontrare l’altro” senza “costruirlo nella propria mente” necessariamente come “copia” delle “traumatiche” figure di attaccamento primarie. A partire dall’esplorazione delle relazioni attuali, compresa quella terapeutica, la persona viene aiutata a trasformare, in una direzione più realistica e positiva, il modo in cui percepisce e interagisce con gli altri. Tuttavia anche se il percorso può essere molto lungo, i primi risultati possono vedersi dopo poco tempo. Grazie ancora per il suo interesse

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  2. “permettere alla persona di incontrare l’altro senza costruirlo nella propria mente necessariamente come copia delle traumatiche figure di attaccamento primarie” è una sintesi perfetta.
    Grazie

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