Fuoco sopito

In un piccolo villaggio viveva un giovane del quale nessuno conosceva più il nome. Era schivo, da sempre, non incline al divertimento con i coetanei e neppure a sostenere conversazioni, anche occasionali. Viveva, o meglio, sopravviveva, senza alcuna gratificazione e senza alcuna responsabilità.

Ogni giorno si svolgeva per lui allo stesso identico modo. Si svegliava quando riusciva, riordinava appena la piccola stanza nella quale viveva e si recava al mercato, per attingere alla frutta ed alla verdura scartate, per il suo sostentamento. Pigramente si recava a casa e consumava il suo misero pasto. Dopo di che attendeva la sera per potersi addormentare di nuovo.

Un giorno, tuttavia, qualcosa cambiò…

Arrivò un vecchio eremita che, dopo anni di completo isolamento su di un monte, decise che fosse il momento di condividere tutte le sue riflessioni con gli abitanti della regione.

Quando il vecchio stava per entrare nel villaggio si imbatté proprio nel ragazzo. “Vieni qui, tu, ragazzo”. Il ragazzo era sbigottito… nessuno si rivolgeva a lui da anni, ormai. “Come ti chiami?” chiese il vecchio. “Kahlil” rispose sommessamente il giovane. “Tu, Kahlil, sei un segno che mi ha mandato il Signore. Da oggi io e te faremo a metà di tutto”. “Come? Io un segno? Non è possibile… Io sono una nullità. E poi di cosa faremo a metà? Io non ho niente e tu, vecchio, non sembri essere messo meglio di me”. “Tu non sei una nullità. Sei una visione ai miei occhi. La prima persona che incontro dopo tanti anni di completa solitudine è una benedizione del cielo. Voglia il Signore che io possa essere una benedizione equivalente per te”. “Non capisco” disse balbettando Kahlil.

“Dentro di te Kahlil c’è un fuoco sopito… lo vedo sai? Lo si intravede ancora, in modo quasi impercettibile, nei tuoi occhi. Sembrano spenti, ma appena ti ho incontrato e ti ho chiesto come ti chiamassi, ho intravisto un lieve barlume per un attimo. È quello il fuoco… insieme gli daremo nuova forza”.

Un calore mai provato si mosse dal torace di Kahlil e lo raggiunse al viso. Lui abbassò il volto per guardare cosa stesse succedendo al suo corpo… era il cuore che aveva preso a battere ad un ritmo che non aveva mai sentito. Ogni pulsazione spingeva da dentro al petto e lo stupore divenne meraviglia… sentì forze inaspettate nelle sue mani.

“Vieni Khalil, andiamo nel tempio per ringraziare il Signore”.

I due si avviarono. Kahlil, per la prima volta, si sentì sicuro di sé ed il suo passo non era più trascinato, ed il suo volto non era più chino e vergognoso verso terra. Camminando eretto sembrava alto come un gigante. Camminando in direzione del tempio, l’eremita e Kahlil, incrociarono gli abitanti del villaggio, che li guardarono meravigliati ed incuriositi. Una donna disse sottovoce al venditore di verdure: “chi sono questi due? Sembrano così sicuri! Saranno sacerdoti? O profeti?”

Un uomo si avvicinò al vecchio e chiese: “chi sei? E da dove vieni? Perché il tuo passo è così rapido?”

Il vecchio rispose: “sono un sacerdote eremita, e costui è il mio discepolo. Sono molti anni che manchiamo dal villaggio e non ci stupisce che nessuno ci riconosca. Portiamo con noi gli insegnamenti che la preghiera e l’eremitaggio ci hanno permesso di apprendere. Chi di voi ha domande sulla vita e sul Signore ci segua al tempio dove alloggeremo sino al momento di partire verso un altro villaggio. Lì avrete le risposte”.

Kahlil non poté credere che nessuno lo riconoscesse, dopo tanti anni passati a strisciare tra le vite degli altri. Ma subito comprese anche di quanta di quella magnifica sensazione si fosse privato sino all’arrivo dell’eremita. Tra sé e sé ringraziò il signore per quello che sembrava davvero essere un’opportunità per un nuovo inizio.

Arrivarono al tempio e si sedettero.

Gli abitanti diedero da bere e da mangiare ai due pellegrini. Dopo aver recuperato le forze uno di loro chiese: “maestro, come possiamo guadagnare il premio eterno?” “Osservate le vostre azioni e scrutate i vostri sentimenti quando le compiete. Se provate vergogna per quello che fate, allora l’opposto è la strada per il paradiso”. “Maestro – intervenne una donna – come possiamo capire quale sia il nostro posto in questo mondo?” Il vecchio si girò verso Kahlil e gli disse: “questa domanda è rivolta a te, figliolo. Rispondi”.

Ci fu un istante di silenzio. Kahlil non si aspettava una simile prova, tuttavia, come per incanto, le sensazioni ed i sentimenti che stava provando nelle ultime ore si misero in ordine da soli e parlò: “non siamo fatti per strisciare e neppure per volare. Il nostro posto è sulla polverosa terra, nel lavoro e nella condivisione”. “Non siamo fatti per consumarci, ma neppure per risparmiarci. Il nostro posto è attorno a quel fuoco che il Signore ha posto nei nostri cuori e che ci scalda il viso e ci fa tremare le gambe. Quello è il nostro posto. Ed il nostro compito è alimentarlo con la vicinanza degli altri, nel sostegno degli amici, nella confidenza di una famiglia. Nella fatica di essere oggi migliori di ieri e nell’impegno ad essere ancora migliori domani”. “Il luogo in cui dovete stare non ha confine geografico, ma ha un confine interiore che dovete esplorare, che potete spostare. Nel sorriso di un bambino, come nel consiglio di un vecchio sta il segreto per allargare i nostri luoghi”.

La donna era commossa, come lo erano quasi tutti.

Kahlil non riusciva a credere di aver detto tutte quelle cose… si sentiva così in debito con la vita per non averla goduta che sarebbe uscito dal tempio per gridare e correre smanioso di recuperare tutta la gioia e la felicità della quale si era privato.

Quella sera, Kahlil, si avvicinò al vecchio per ringraziarlo. Il vecchio disse: “sai, figliolo, in realtà l’unico artefice della tua rinascita sei tu stesso”.

“Ma Maestro, se non mi aveste chiamato, tutto ciò non sarebbe mai accaduto”.

“Forse è vero… come è vero anche che tu mi hai seguito di tua spontanea volontà e ciò che hai insegnato è scaturito dal tuo cuore, non dal mio. Tutto ciò che senti di essere adesso era lì, nascosto nel tuo animo, anche ieri. Oggi, però, hai deciso di farlo uscire allo scoperto e di metterlo alla guida della tua vita. Mi hai dato un insegnamento degno di tutti gli anni di eremitaggio che ho fatto. Sono io che ringrazio te”.

(Daniele La Greca da internet)

Prendi contatto col tuo fuoco sopito… vai a cercarlo… dentro di te… esploralo… interrogalo … mettilo in azione…

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