Recuperare le potenzialità perdute

Nello svolgersi del percorso terapeutico ad un certo punto la persona comincia a sentire sensazioni ed emozioni “sconosciute”. Per qualcuno si tratta del primo incontro con la rabbia, per un altro è forse la prima volta con la tristezza, per qualcun altro si tratta di un incontro ravvicinato con la paura. E via così… A dire il vero queste emozioni avevano già fatto visita alla persona quando era piccola, ma quel bambino aveva “compreso” che quelle emozioni erano pericolose e aveva inconsciamente deciso che era meglio “dimenticarle”. Non riconoscerle, non esprimerle.
“Quando sono triste papà si arrabbia e mamma diventa più triste di me… E io rimango solo!” “Quando ho paura mamma non sa come tranquillizzarmi e papà smette di giocare con me… E io rimango solo!” “Quando mi arrabbio papà mi picchia e mamma resta immobile a guardare… E io rimango solo!” Questi scenari o qualcosa di simile sono molto frequenti e portano il bambino a “decidere” che è meglio bandire certe emozioni e pensieri e i comportamenti associati.
Se per una vita la persona ha ignorato queste emozioni, questi pensieri, queste parti di sé, nel tempo avrà imparato a farne a meno, anche quando sarebbe stato utile ed importante riconoscere ed esprimere questi aspetti.
In terapia si fa questo lavoro di “recupero di potenzialità perdute”. La persona gradualmente impara a sentire nel corpo certe sensazioni “strane” e a collegarle a qualcosa che è accaduto o a qualcosa che ha pensato. Impara a riconoscere certe emozioni e a dare loro un nome e una legittimità: posso essere spaventato… Posso sentirmi triste… Posso arrabbiarmi… Posso perché, in questo momento, vivere e dare un senso alle emozioni che provo è sano, vitale, utile. Mi permette di capire cosa sta succedendo dentro di me e intorno a me. Mi permette di affrontare la situazione che sto vivendo. Posso “sentire” quello che “sento” superando la “paura anticamente appresa” per cui “non dovevo provare certe emozioni” altrimenti mamma… e papà…
La persona diventa “nuovo genitore di se stesso”, un genitore “sufficientemente buono” che fornisce “permessi” dove in origine il bambino che siamo stati ha ricevuto solo “divieti e proibizioni”. Oggi l’adulto consapevole può imparare in modo responsabile e autonomo a fare quello che è giusto, sano e utile fare per realizzare i suoi bisogni e desideri. Nel rispetto degli altri, delle regole e dei limiti di una sana convivenza e relazione, ma anche nel rispetto e nella valorizzazione di ciò che sente e vuole profondamente…

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