Quando il cambiamento crea più problemi di quanti ne risolve

Le persone arrivano in terapia per “stare meglio” e chiedono di “cambiare”. Ovvio. Intuitivo.

Alcune persone sanno cosa dovrebbero fare di nuovo per cambiare e stare meglio, ma non riescono di fatto a farlo. Hanno paura di cambiare. La loro parte infantile desidera che siano gli altri a cambiare o comprendere o che le cose cambino magicamente, senza consapevolezza, senza responsabilità, senza impegno.

Altre persone, invece, riescono a fare dei cambiamenti, anche dopo poco lavoro su se stessi, fortemente motivati, ma si rendono conto di “aver fatto un danno”.

La massima del cambiamento dice “se continui a fare quello che hai sempre fatto otterrai ciò che hai sempre ottenuto…”. Questo è sicuramente un principio ispiratore in tanti casi. Ma non sempre. A volte, in maniera controintuitiva, un cambiamento tanto desiderato può risolvere alcuni problemi e crearne altri, fino ad aumentare il livello di sofferenza della persona.

Il “cambiamento” di singoli comportamenti o di uno stile di comportamento (aggressivo, passivo, riservato, seduttivo, sottomesso, esuberante, schivo, rigido, severo, dipendente, compiacente, perfezionistico, ecc.) può essere “efficace e duraturo” solo se sostenuto da una “comprensione profonda di ciò che lo ha generato(bisogni frustrati dell’infanzia, decisioni precoci sul modo migliore di cavarsela per sopravvivere “psichicamente”) e di “cosa lo mantiene(comportamenti distruttivi ripetitivi che nel tentativo di trovare soluzioni finiscono per alimentare i problemi). Altrimenti il rischio è di aiutare il paziente a cambiare un suo comportamento o un suo atteggiamento, ma di esporlo anche, in modo più angosciante di prima, alle paure originarie.

L’esempio più tipico di questa possibile criticità è l’apprendimento di un comportamento assertivo.

L’assertività è la capacità della persona di esprimere, in modo autentico e in modo rispettoso di sé e degli altri, i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri bisogni, facendo anche richieste specifiche e mirate.

In teoria, l’assertività è un’abilità che sarebbe buono che tutti possedessimo in maniera adeguata, superando gli estremi negativi dell’aggressività (esprimersi e comunicare senza tener conto degli altri) e della passività (incapacità di esprimere ciò che provi, pensi e vuoi … fino a scoppiare dentro).

In pratica, per ogni persona è da valutare il grado adeguato di assertività e comunicazione autentica, perché a volte diventare più assertivi e capaci di esprimersi può esporre la persona a situazioni interpersonali che la gettano in un’angoscia maggiore di quella che tenta di superare. Ad esempio, restare soli, sentirsi rifiutati, venire giudicati, ecc..

In terapia, l’apprendimento di nuove abilità comunicative, assertive e di affermazione di sé, va sempre “valutato in maniera specifica attraverso prove e verifiche graduali” degli “effetti dei nuovi comportamenti sulle relazioni e sul contesto di vita della persona”. Non per tutti e non sempre può essere valida la massima: “meglio soli che male accompagnati”.

Quindi la persona, nel percorso terapeutico, deve imparare a:

  • riconoscere le sue modalità tipiche di comportamento e relazione
  • comprendere da quali scopi sono guidate, quali bisogni relazionali e affettivi tendono a soddisfare
  • comprendere le origini di questi comportamenti nell’infanzia, il loro significato
  • connettere i problemi attuali (qui-e-ora) agli scenari antichi (lì-e-allora) che hanno portato ad apprendere queste modalità di comportamento e relazione
  • comprendere cosa va mantenuto, cosa va modificato, cosa può essere abbandonato del comportamento attuale, quali modalità alternative mettere in atto
  • verificare nella realtà concreta cosa succede quando la persona comincia a fare qualcosa di diverso: come reagiscono gli altri, come reagisce la persona, quale adattamento e aggiustamento è alla sua portata.

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