Tentativi di soluzione che aggravano il dolore della ferita interiore

Fin da bambini adottiamo diverse strategie per affrontare gli eventi dolorosi e le esperienze traumatiche, per padroneggiare quelle situazioni che altrimenti ci sovrasterebbero con un carico emozionale troppo gravoso da portare. Il rischio sarebbe impazzire o perdere il controllo, dissociarsi psichicamente o disintegrarsi emotivamente, fino a perdere contatto con la realtà.

Ciascuna persona ha trovato le sue strategie, una o più di una, che nel tempo si sono consolidate, trasformate, integrate tra loro fino a creare quello stile unico personale attraverso cui affrontiamo il ripresentarsi di dolore, angoscia, paura, sensi di colpa, sensi di fallimento, autosvalutazione, senso di vuoto e di frammentazione.

Dall’origine ai giorni nostri, queste strategie, tipiche di ogni persona, sono diventate progressivamente inconsapevoli ed agiscono oggi in maniera pressoché automatica e difficile da individuare per la persona che semplicemente si comporta come ha imparato a fare negli anni.

Una modalità tipica è quella di “cercare lo stesso tipo di persone che in passato sono state traumatizzanti” e rivivere in queste relazioni adulte gli stessi pensieri, le stesse emozioni, gli stessi comportamenti delle origini. È come se “inconsciamente cercassimo, non riuscendoci di fatto, di padroneggiare ciò che in passato ci ha ferito”, ci ha sovrastato col suo carico di angoscia e dolore. Chi si è sentito rifiutato da “genitori sprezzanti” e abbandonato da “genitori disattenti” tende a cercare persone che alla fine lo rifiuteranno e lo abbandoneranno. Chi ha patito “l’invadenza dei propri genitori”, molto probabilmente si lascerà invadere e soffocare nelle relazioni adulte, non risultando capace di farsi rispettare e di mettere limiti alle pretese e pressioni altrui. Chi è stato continuamente oggetto di “critiche severe e rimproveri spietati”, tenderà a mettersi in situazioni e ruoli in cui verrà facilmente rimproverato, criticato, giudicato negativamente e proverà, più o meno, gli stessi sentimenti dolorosi di vergogna e sensi di colpa vissuti in origine. Chi, fin da bambino, ha imparato ad essere “estremamente esigente con se stesso per sentirsi amato e apprezzato” dai genitori, da adulto tenderà nuovamente a cimentarsi in missioni impossibili e prestazioni perfezionistiche, personali e nelle relazioni, che purtroppo lo lasceranno quasi sempre con un senso di insoddisfazione e inadeguatezza personale. Chi ha imparato precocemente ad adattarsi agli altri con “atteggiamenti compiacenti di sottomissione”, quasi sempre, da adulto, si troverà coinvolto in relazioni simili in cui tenderà a reprimere l’espressione autentica dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Alcune persone, invece, fin da bambini hanno impostato la loro vita “sull’autosacrificio”, sul mettere i propri bisogni e desideri in secondo piano rispetto a quelli degli altri e così tendono a fare per tutta la vita. Altri non sanno far altro che “cercare persone da cui dipendere in modo adesivo”, non riescono a stare da soli, devono sempre avere una relazione affettiva sentimentale in corso oppure devono avere sempre qualcuno a cui fare riferimento anche per le più piccole decisioni. Infine, un certo tipo di individui tende a intrattenere relazioni, affettive o di lavoro, in amicizia e in famiglia, “fondate sul sospetto, sulla diffidenza”, sulla paura di essere fregati; quindi stanno con gli altri sempre in un atteggiamento di circospezione e attenzione allarmata, in attesa dell’altro che potrebbe ingannarli o tradirli, evenienza che purtroppo molto spesso si verifica, provocata dall’atteggiamento rigido e molto spesso aggressivo della persona.

Altre persone, all’opposto, sempre in modo inconsapevole, “tentano di tutto per evitare di rivivere le situazioni emotive e relazionali che le hanno fatte soffrire in passato”. Cercano di padroneggiare il dolore della ferita antica attraverso la negazione e l’evitamento. Chi fa uso di “droghe e alcol” per dimenticare e non sentire. Chi “mangia in modo scomposto” (troppo, troppo poco, disordinato, “avvelenato”) come tentativo di autoregolazione del dolore. Chi tenta, attraverso “l’ordine e la pulizia maniacali”, di coprire e ordinare il caos interiore. Chi si offusca la coscienza attraverso le “nuove dipendenze” che allontanano dal contatto intimo con se stessi e con gli altri: internet, social media, gioco d’azzardo, dipendenza da pornografia. Chi si distrae cercando “iper-stimolazioni e shock emotivi alternativi” attraverso esperienze estreme di varia natura: sport estremi, viaggi estremi, sesso estremo, astinenze estreme. Chi “si ritira dall’incontro con l’altro”, sperando, in modo fallimentare, di cavarsela nascondendosi dalle relazioni. Chi, non avendo altro, attraverso “il super lavoro” (workaholism) corre dietro a carriere impossibili e progetti perfezionistici nel tentativo di allontanarsi da se stesso, dal proprio sentire, dalle proprie angosce e dal vuoto d’affetto e di senso che di fatto si porta sempre dentro. Chi cerca sollievo nel “dolore dell’autolesionismo” nella speranza di provare sollievo attraverso un dolore meno doloroso del dolore antico. In altri casi, palesemente psicopatologici, le persone “si dissociano da se stesse” per tentare di lenire il dolore. Tutte queste strategie hanno la finalità, inconscia, di evitare, negare, minimizzare e distaccarsi dal dolore antico, ma purtroppo risultano fallimentari perché la cura del dolore, di ogni dolore emotivo, richiede di “guardarlo in faccia e attraversarlo”, mentre il dolore non affrontato… “cacciato dalla finestra… butta giù la porta”.

Un terzo tentativo di soluzione al dolore, altrettanto fallimentare, è la strategia del “capovolgimento di ruolo”: in maniera sempre inconsapevole, la persona tende a pensare, ad agire e a porsi nelle relazioni interpersonali in modo opposto a ciò che ha vissuto durante l’infanzia. Da adulto, tende ad adottare quegli atteggiamenti dell’adulto che in origine lo ha fatto soffrire, tipicamente il genitore. Spesso l’impotenza infantile è trasformata in atteggiamenti e comportamenti “onnipotenti” e “prepotenti” dell’adulto. Chi ha subito violenze tende ad essere violento, chi è stato sottoposto ad un controllo serrato di pensieri, emozioni ed espressioni, tende a controllare gli altri. Chi è stato inibito tende a soffocare gli altri. Chi ha subito critiche e giudizi feroci tende ad essere estremamente giudicante. Chi è stato rifiutato tende ad essere sprezzante e rifiutante. Apparentemente, queste persone si mostrano sicure e capaci di farsi rispettare, di fatto indossano una maschera che protegge, ma solo per poco, i loro profondi sentimenti di vulnerabilità e inadeguatezza per varie forme di abuso emozionale che hanno subito nell’infanzia. Una persona che ha sofferto di gravi mancanze affettive, crescendo può diventare estremamente richiedente fino a “pretendere” dagli altri il riempimento del vuoto affettivo originario. Chi si è sacrificato da bambino, da adulto può tendere a fregarsene completamente degli altri, dei loro bisogni e dei loro sentimenti fino ad assumere atteggiamenti in cui l’altro non viene assolutamente guardato né considerato. Chi non è stato “visto” e “compreso” nei suoi bisogni tende ad avere un atteggiamento che “elimina gli altri”, non li considera né li rispetta nel loro sentimento e pensiero. Alcune persone che si sono sottomesse per una vita ad un certo punto cominciano a sviluppare comportamenti autoritari e tirannici che alla fine creano conflittualità nei rapporti o allontanano gli altri. Prima o poi questi comportamenti stimolano la reazione negativa dell’altro che tende a chiudere la relazione o a rispondere con modalità altrettanto aggressive e rifiutanti.

Se la persona non è consapevole:

  • di cosa ha generato la sua antica dolorosa ferita: processi di “abuso” fisico o emozionale; trascuratezza; legami soffocanti o, al contrario, sfilacciati; genitori eccessivamente presenti, pressanti e invadenti o, al contrario, inconsistenti e incapaci di porsi come riferimento per valori e regole; inibizione massiccia della spontaneità; eccessiva severità educativa; ecc.
  • e di cosa tende a riattivarla nel presente: scambi interpersonali al lavoro o in famiglia; ripresentarsi di ricordi, immagini e pensieri; esperienze attuali di violenza fisica e psicologica; esperienze in cui la persona si può sentire alternativamente rifiutata, abbandonata, invisibile, trascurata, costantemente rimproverata, ecc.

questi comportamenti di adattamento e fronteggiamento, invece di favorire la cura della sofferenza, finiscono per alimentarla, come nelle situazioni di “profezia che si auto-avvera” in cui la persona finisce per ritrovarsi sempre impantanata nei soliti scenari personali e interpersonali dolorosi.

Quando eravamo piccoli certe modalità di adattamento ci hanno garantito la sopravvivenza. Oggi, diventati adulti, queste stesse modalità, seppure attraverso comportamenti diversificati, continuano ad essere usate dalle persone, che pure potrebbero usare strategie differenti. In questo modo, finiscono per essere disadattive perché continuano a mantenere i pensieri, le emozioni e le modalità relazionali fonte di sofferenza.

In terapia, la persona viene aiutata a individuare questi suoi comportamenti problematici e a disinnescarli dalle relazioni attuali. Il focus del lavoro terapeutico parte da situazioni difficili che la persona vive oggi e che racconta in terapia fino a connetterle ad antiche situazioni dell’infanzia in cui la persona ha imparato quelle strategie per ottenere la soddisfazione dei suoi bisogni di amore e stima. La terapia aiuta a legittimare e valorizzare questi bisogni, ma anche a cercare altre strategie più sane e per soddisfarli.

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