Il ripresentarsi della ferita e la possibilità della cura

Le esperienze infantili creano una “traccia profonda” nel nostro cervello e nella nostra psiche. Questa nostra personale traccia la possiamo chiamare in diversi modi: il bambino ferito, la ferita interiore, la sensibilità emotiva, la memoria traumatica, gli schemi interni, i filtri percettivi, interpretativi e reattivi. Questo nucleo  dentro di noi è organizzato intorno ad un intreccio articolato di:

  • pensieri, convinzioni e credenze, più o meno consapevoli, su sé, sugli altri, sul mondo, sulla vita, sulle relazioni
  • ricordi, anche questi non sempre facili da rintracciare nell’inconscio, immagini, più o meno sfocate, che possono presentarsi all’attenzione consapevole della persona
  • emozioni, più o meno facili da sentire, riconoscere e dotare di senso
  • sensazioni corporee che possono essere diversamente percepite dalla persona, più o meno nitide e intense, in diversi distretti corporei.

Questi diversi aspetti della ferita tendono a favorire il “ripetersi di vecchi scenari dolorosi” anche nelle situazioni attuali di vita, in special modo nei rapporti interpersonali. Ad esempio, una persona può inconsapevolmente o automaticamente utilizzare processi di pensiero distorti o avere una memoria e un’attenzione selettive che favoriscono il consolidamento delle antiche situazioni relazionali disfunzionali perché la portano a “percepire e valutare le cose come ha sempre fatto” (invece che a valutarle in modo più realistico), a “selezionare alla sua attenzione” gli aspetti della realtà attuale che assomigliano a quelli antichi, frustranti e dolorosi (e a sottovalutare gli elementi di realtà che invece vanno in un’altra direzione), ad “aspettarsi inconsciamente” che “gli altri” si comportino come le persone “originariamente traumatizzanti” (finendo per favorire negli altri proprio la reazione che temono), ad “agire di conseguenza” in base a queste immagini e previsioni interiori, alimentando “circoli viziosi” sia nel modo distorto e doloroso di vivere le esperienze sia rispetto al modo disfunzionale in cui condizionano le relazioni.

Porto l’esempio di una donna, cresciuta in una famiglia ansiosa e iperprotettiva che ha favorito lo sviluppo di un senso di sé fragile e dipendente; si sente incapace di vivere da sola senza l’appoggio degli altri per ogni minima decisione. Tende a ricercare relazioni con persone forti e sicure ed essere estremamente sensibile allo stare sola, a sentirsi abbandonata o al prendere decisioni autonome. Ogni situazione è da lei percepita attraverso il filtro di credenze e convinzioni quali “da sola non riesco”, “ho bisogno dell’aiuto di un’altra persona per prendere decisioni”, “non sono capace a fare questo o quest’altro”. Tende conseguentemente a cercare persone a cui “affidarsi in maniera totale e indiscriminata”, sempre con una grande angoscia di essere lasciata sola, anche col rischio/certezza di “favorire negli altri sentimenti di rifiuto proprio a causa della sua adesività e pesantezza o insicurezza” che non la rende attraente (profezia che si auto-avvera). Quindi finisce per ripetere o favorire quelle condizioni di iperprotettività che hanno portato allo sviluppo della sua personalità debole, dipendente, fragile e insicura. L’esito è, infatti, che non riesce a stare senza un uomo accanto, ma i diversi uomini che ha avuto dopo un certo tempo (alcuni mesi o storie lunghe di alcuni anni) sono andati via. Anche al lavoro, svolge in maniera egregia lavori che richiedono un’esecuzione sempre uguale a se stessa; quando le capitano situazioni in cui deve essere un po’ più creativa o autonoma entra in uno stato di insicurezza e chiede aiuto all’altro anche per decisioni che potrebbe in teoria prendere da sola.

La psicoterapia con questo tipo di persone è mirata a renderle prima di tutto consapevoli del loro funzionamento “rigido” basato su queste modalità tipiche di pensare, sentire, agire e creare relazioni. Questa consapevolezza è la base di partenza per il cambiamento:

  • “a livello dei pensieri e delle credenze”, la persona impara a crearsi diverse letture alternative della stessa situazione; non le solite interpretazioni che confermano gli scenari antichi di frustrazione e angoscia, ma anche nuovi significati “meno dolorosi” che possono essere dati alla situazione. Ad esempio, “molte cose che credo di non saper fare da sola sono in realtà assolutamente alla mia portata…”.
  • “a livello dei comportamenti”, questi nuovi significati devono accompagnarsi alla sperimentazione di nuove azioni che la persona può adottare affinché riesca ad agire in modo più sano per sé e la reazione stimolata negli altri non sia la solita, ma una maggiormente positiva e soddisfacente. Ad esempio, “invece di chiedere sempre aiuto e appoggiarmi agli altri per ogni minima decisione, posso cominciare ad essere più autonoma in alcune aree della mia vita … e verificare che riesco anche da sola…”.
  • “a livello delle emozioni”, la persona può così fare esperienza di nuove sensazioni e stati d’animo maggiormente positivi. Ad esempio, “se riesco a fare alcune cose da sola che in precedenza facevo solo col sostegno degli altri posso sentirmi più contenta, soddisfatta, sicura di me…”.
  • “a livello delle relazioni”, “quando comincio ad agire in maniera differente gli altri avranno un’immagine di me differente e tenderanno a porsi nei miei confronti in modo corrispondente. Se quindi mi mostro più sicura, autonoma e decisa gli altri dovranno tener conto di questa nuova possibilità per me e probabilmente diventerò più “attraente” e meno “pesante”…”.

Ovviamente un cambiamento di così ampia portata per il benessere emotivo e relazionale non avviene all’istante; la persona deve “sistematicamente” individuare il proprio funzionamento critico “all’opera” e realizzare progressivamente le modifiche nei vari elementi fino creare concretamente e consolidare queste nuove possibilità a livello di pensieri, emozioni, azioni e relazioni.

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