7 paure per creare relazioni infelici

Attraverso alcuni tipici modi di porsi nelle relazioni, le persone generano una profezia che si auto-avvera: attraverso il proprio comportamento una persona “può suscitare” nell’altro reazioni negative, emotive (rabbia, delusione, dolore, preoccupazione, angoscia, stress, tensione, ecc.) e comportamentali (ritiro, chiusura, distacco, critica, aggressione, finzione, ecc.) e finisce per creare o favorire proprio la situazione che temeva e voleva evitare.

Queste modalità relazionali, eco di angosce infantili e, nei casi più gravi, di esperienze traumatiche realmente vissute, sono comuni nella coppia, ma possono riguardare anche amicizie o relazioni di lavoro o anche relazioni tra parenti.

Alcune di queste paure e modalità relazionali caratterizzano certe persone in modo peculiare e rigido, ma tutti quanti noi ci possiamo trovare o ci siamo trovati ad avere una o più di queste paure con i connessi atteggiamenti relazionali, più o meno disfunzionali.

Ovviamente un contributo fondamentale all’evoluzione della relazione viene dato anche dall’altra persona che può reagire in tanti modi, per come pensa, per la sua storia e per i suoi meccanismi relazionali. Comunque, nell’incontro con l’altro, chi si approccia con queste paure tende a orientare la relazione in un certo modo che può esitare in insoddisfazione reciproca e rottura del rapporto.

  1. Quando hai costantemente paura di essere lasciato, di perdere la persona. Sei completamente insicuro della relazione, la vivi con estrema instabilità e precarietà, vivi l’altro come inaffidabile e pronto a lasciarti in ogni occasione. Alla continua ricerca di rassicurazione e controllo, finisci per creare un clima relazionale affettivo pesante, angosciante, possessivo, soffocante. L’altro può davvero chiudere la relazione con te perché non ce la fa più a sopportare questo clima emotivo in cui tu hai continuo bisogno di essere rassicurato rispetto alla presenza dell’altro.
  2. Quando hai costantemente paura di non essere veramente amato e apprezzato. Si tratti di una relazione di coppia o di un’amicizia, di una relazione professionale o di altro tipo, resti sempre con un senso di insoddisfazione, vuoto, carenza d’affetto e di approvazione. Con diverse strategie, cerchi la conferma di essere importante per l’altra persona, ma questa sensazione di pienezza è di valore non arriva mai. L’altra persona non è mai come la vorresti o, meglio, per quanto la persona si sforzi di ascoltarti, esserti vicino, vedere le cose dal tuo punto di vista, comprendere i tuoi bisogni e desideri, resti sempre con la sensazione di frustrazione e delusione, di insoddisfazione e solitudine profonda. Puoi decidere di alzare il livello delle richieste che fai o, al contrario, smettere di chiedere, rinunciare a ciò di cui pure hai profondamente bisogno. Se la relazione continua resta comunque insoddisfacente per te e stressante per l’altro che, a sua volta, non si sente apprezzato qualunque sforzo faccia per soddisfare le tue esigenze.
  3. Quando hai costantemente paura di non piacere a causa dei tuoi difetti. Ti senti inferiore agli altri, sbagliato, inadeguato alla situazione, non all’altezza di portare avanti la relazione, non meritevole di attenzione e affetto. Eviti di mostrarti autenticamente per quello che sei (quello che pensi, quello che provi, quello che desideri) perché temi che se ti mostrassi nella tua “spontanea verità personale” l’altro ti giudicherebbe e rifiuterebbe. Imposti le relazioni sulla base di una tua estrema sensibilità ad ogni possibile rilievo critico proveniente dall’altro e finisci per sentirti, nella relazione, sempre sotto giudizio, in ansia, insicuro, alla ricerca del comportamento perfetto. La relazione, se prosegue, è piena di tensione reciproca e mancanza di spontaneità.
  4. Quando hai costantemente paura di essere fregato, da tutti, in ogni relazione, soprattutto in quelle più intime e importanti. Ti senti vittima degli altri che consideri approfittatori e malevoli, bugiardi e manipolatori, pronti a fregarti o a girarti le spalle, menefreghisti che non esiterebbero a metterti in condizioni difficili (danno, umiliazione, violenza, ecc.) pur di ottenere un loro tornaconto. Cerchi di difenderti dai presunti “nemici” e “cattivi”, ma finisci per creare un’aria di sospetto e diffidenza intorno a te, fino al punto di restare solo oppure ingaggiato in relazioni conflittuali o allontanato da veri “nemici” che non hanno desiderio di stare con te o addirittura manifestano la loro rabbia per come li hai trattati.
  5. Quando hai costantemente paura di non farcela senza un’altra persona affianco. Tendi a creare relazioni, soprattutto nella coppia, ma anche sul lavoro e con gli amici, in cui sei completamente “appoggiato” all’altro, “adesivo”, insicuro, incapace di esprimere una tua individualità ben distinta e separata. Assumi atteggiamenti passivi, dipendenti, quasi di impotenza di fronte alle situazioni quotidiane che “normalmente” richiederebbero di prendere decisioni e risolvere problemi. Tu senti di non farcela da solo e tendi continuamente a chiedere il sostegno, la presenza, l’aiuto e la rassicurazione da parte dell’altro. Nella coppia, molto spesso, anche il partner ha una sua disfunzionalità in quanto ha bisogno di stare con uno come te di cui prendersi cura come fossi un bambino o un malato. Al lavoro, prima o poi, incontri problemi nel momento in cui non riesci assolutamente a prendere alcuna decisione autonoma senza chiedere l’aiuto dell’altro. Inoltre, professionalmente cresci al ritmo di lumaca o addirittura di gambero nel senso che puoi diventare iper-esperto in pochissime cose ma non metti mai la testa fuor dal guscio. Gli amici ti vogliono bene, ma non ti stimano, quasi ti compatiscono, percependo il tuo infantilismo, la tua insicurezza che a volte è pesante da sostenere.
  6. Quando hai costantemente paura di confrontarti con la tua “normalità” e di dover essere “come gli altri”. È la paura profonda del narcisista che, per le sue insicurezze infantili, ha un bisogno assoluto di sentirsi “speciale” ed essere trattato come tale. Tendi allora ad improntare tutte le relazioni sulla tua presunta superiorità. Gli altri devono “onorarti” ed elogiarti per ogni tuo gesto, anche quello minimo; devono necessariamente pensarla come te; non riesci a metterti nei panni dell’altro fino al punto di capire che l’altro può avere una visione della vita, delle credenze e dei valori diversi dai tuoi. Per te devono valere regole che non valgono per gli altri. “L’altro non esiste”, chi se ne frega dei suoi bisogni e del suo punto di vista. Nella coppia hai un atteggiamento di “pretesa”, l’altro ti deve dare tutto ciò di cui hai assolutamente bisogno, senza se e senza ma, senza alcun limite realistico… Manchi di assoluto rispetto e non funzioni in base alla reciprocità che una relazione intima prevede: “quello che è valido per me deve esserlo anche per te”. Anche al lavoro, indipendentemente dal ruolo, per te “l’altro è solo un intralcio da eliminare”. Se sei un capo assumi atteggiamenti di assoluta prepotenza e prevaricazione. Se sei un subordinato (difficilmente accade in realtà) tendi ad assumere atteggiamenti di sabotaggio sul lavoro e modalità di relazione passive-aggressive (indirettamente provochi danni, disagi e guasti e ti poni in modo spregevole). Se sei un lavoratore autonomo, consideri la libertà un’assenza di regole piuttosto che la necessità di autoregolarsi in modo responsabile. In ogni relazione, spesso la tua pretesa è quella di non avere nessun limite da rispettare né frustrazione da tollerare né delusione da affrontare: il mondo dovrebbe essere ai tuoi piedi… per renderti felice. Come evolvono le tue relazioni? Una persona “dipendente” ti adora, ha bisogno di te (come tu di lei) della tua (presunta) sicurezza e del tuo potere, fino al massacro di entrambi. Chi deve avere a che fare con te suo malgrado (per lavoro o parentela) tende a restare il più possibile distaccato dal punto di vista affettivo, facendo buon viso a cattivo gioco. Gli altri… molto presto se ne vanno.
  7. Quando hai costantemente paura di deludere l’altro. Hai bisogno di essere approvato dall’altro altrimenti temi di essere “abbandonato” o non amato o non considerato. Leghi la tua autostima a quanto riesci a far contento l’altro che ti esprime la sua soddisfazione. Non ti esprimi in modo autentico, reprimi i tuoi bisogni e le tue emozioni; ti comporti in modo da soddisfare le aspettative che gli altri hanno verso di te (“sono come tu mi vuoi”) e finisci per dimenticare te stesso, chi sei e cosa vuoi veramente. Tendi a comportarti conseguentemente in modo da far piacere all’altro, soddisfi ogni suo bisogno a scapito dei tuoi, oltre ogni ragionevole limite; a volte ne anticipi bisogni e desideri allo scopo di ricevere le grazie dell’altro o di non suscitare le sue reazioni rabbiose e rifiutanti. Ti adatti al volere dell’altro fino agli estremi della sottomissione e del sacrificio di te stesso. Sei iper-controllato nell’espressione spontanea delle tue emozioni e dei tuoi desideri nella misura in cui ciò ti rende “ben voluto”. Ti lasci dominare, assoggettare, controllare dall’altro, non ti muovi senza la sua autorizzazione. Non sei semplicemente disponibile, sei “a disposizione”. Non sei solamente generoso, “sei martire e santo”. Apparentemente strutturi relazioni che vanno bene a te e anche all’altro, ma sotto le sembianze di un incastro complementare e armonico si nasconde tanta rabbia inespressa da parte tua, rabbia con te stesso per come ti fai trattare e con l’altro verso cui comunque non riesci ad esprimerti direttamente e chiaramente. Questa rabbia è una “bomba ad orologeria” pronta ad esplodere in forme di aggressività diretta all’esterno (comportamenti violenti, scoppi di rabbia incontrollata, aggressioni, passività sabotante, ecc.) o rivolta contro di te (disturbi psicosomatici, attacchi al corpo, comportamenti auto-sabotanti, dipendenze da sostanze, ecc.). Ti prendi cura dell’altro in modo così estremo… e chi si prende cura di te?

Ovviamente la persona che utilizza in modo rigido una o anche più di una modalità relazionale così problematica prima o poi sviluppa un grado elevato di sofferenza emotiva e relazionale, comportamenti problematici e sintomi psicologici. Quando arriva in terapia solitamente non è consapevole di questi suoi meccanismi, quello che riporta all’inizio è una sofferenza emotiva con sintomi fisici e/o di ansia e depressione o il vissuto di diversi problemi relazionali (relazioni interrotte, lunghi periodi di solitudine non desiderata, problemi sul posto di lavoro, conflittualità accesa in famiglia, ecc.).

Il lavoro terapeutico si organizza intorno agli obiettivi di:

  • comprendere il senso e le origini di queste modalità disfunzionali nelle relazioni
  • disattivare i meccanismi della profezia auto-avverantesi nei cicli interpersonali problematici.

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