I sintomi e la personalità

Le persone che arrivano in terapia possono avere un grado maggiore o minore di consapevolezza dei motivi della loro sofferenza. A volte è chiaro che la sofferenza è legata alla presenza di sintomi di ansia, depressione, stress, malessere somatico o altre forme di sintomatologia chiaramente identificabili. Comprensibilmente le persone chiedono: “toglimi i sintomi!”. Legittimo. E iniziamo a lavorare per eliminare la sofferenza legata ai sintomi. Questo, a volte, è sufficiente per rendere la persona soddisfatta e “guarita”. Almeno dal peso di una sintomatologia in precedenza invalidante e limitante un funzionamento “normale” nella vita quotidiana, a casa, a lavoro, nei rapporti interpersonali, ecc.. Altre volte, invece, pur avendo eliminato o ridotto notevolmente il malessere legato ai sintomi, ad esempio, la persona è meno ansiosa o depressa, non ha più certe paure o fobie, riesce a fare cose che in precedenza le erano impossibili, tipo frequentare un gruppo di persone, parlare senza arrabbiarsi ogni tre secondi, ragionare con gli altri senza chiudersi a riccio, comunque presenta ancora un certo stato di sofferenza e insofferenza, disagio emotivo, preoccupazioni e stress, tensione nervosa e malanni somatici. Un senso generale di insoddisfazione. Che è successo?

Spesso le persone a questo punto mi dicono che soffrono di insicurezza e bassa autostima che può spiegare questo perdurare della sofferenza o del malumore. Quando chiedo loro che cosa intendono per problemi di insicurezza e bassa stima di sé, le persone finiscono per raccontarmi i loro problemi “esistenziali” che riguardano sostanzialmente due punti:

  1. difficoltà ad essere sereni e tranquilli per più di qualche ora. La persona è quasi costantemente insoddisfatta. Quasi sempre le giornate di queste persone finiscono per essere piene di stati d’animo negativi, lamentele, nervosismi vari, senso di vuoto e mancanza di significato
  2. difficoltà in una o più relazioni interpersonali, in famiglia o al lavoro, difficoltà a mantenere relazioni di coppia stabili e durature, difficoltà a realizzarsi professionalmente, con gli amici o per mancanza di amici, comunque qualche problema che riguarda il rapporto con gli altri.

Insieme alla persona gradualmente riusciamo a costruire il senso di questo malessere perdurante e lo leghiamo al suo stile di personalità, al suo modo di essere generalizzato, nei contesti, nei rapporti, nelle situazioni di vita che portano la persona ad essere sempre assediata da tensione, malumore, anche senza ansia e depressione e altri sintomi, comunque uno stato generale di insofferenza e malcontento.

A volte, invece, succede che la stessa persona dopo aver risolto alcuni suoi problemi, ridotto o eliminato i sintomi iniziali, sviluppa altri tipi di sintomatologia e comportamenti problematici. Ad esempio, una persona ansiosa elimina alcune sue fobie però sviluppa un continuo umore depresso; o anche una persona esce fuori dalla sua depressione però si rende conto di avere enormi problemi a stare con gli altri; altro esempio: smetto di fumare e comincio a bere in eccesso.

Seguendo una facile metafora, i sintomi, anche diverse forme e tipologie di sintomi, sono solo la punta dell’iceberg di un malessere estremamente profondo. Diventa allora fondamentale cominciare ad indagare il senso dei sintomi per quella persona, a connettere la funzione del sintomo rispetto al dolore profondo del soggetto.

Entrando più nello specifico nel conoscere la storia della persona emergono alcuni aspetti rilevanti che da sempre hanno caratterizzato la sua vita e che magari solo di recente hanno preso la forma di sintomi. Entriamo nell’ambito delle antiche ferite emotive, delle aree di fragilità e sensibilità che ciascuno di noi si porta dietro fin da bambino. Ad esempio, una storia di trascuratezza emotiva da parte dei genitori o perdita di uno dei genitori o precoce separazione dei genitori o dai genitori. Altre volte la storia di queste persone presenta invece una famiglia “normale”, apparentemente, in cui però era normale che i genitori stessero dalla mattina alla sera fuori casa per lavoro, sabato e domenica compresi… oppure emergono conflittualità familiari molto forti che hanno da sempre rappresentato la normalità per quella persona. O anche persone cresciute sempre sole, figli unici mai veramente guardati, ma solo “esposti” per quanto erano bravi, buoni e belli. O anche storie di fratelli e sorelle che da sempre si sono odiati. Insomma tanti esempi che riguardano i primi anni di vita nelle relazioni più intime della famiglia. Ma anche vicende antiche extra-familiari che hanno segnato inequivocabilmente l’autostima, la sicurezza in sé e il mondo interiore della persona: insegnanti eccessivamente severi, episodi di violenza traumatica tra coetanei, abusi fisici ed emotivi. Non solo. Senza passare necessariamente attraverso storie di vita drammatiche, comunque la persona può avere strutturato nel corso del tempo un suo stile di personalità (a volte un vero e proprio disturbo) che oggi genera sofferenza fisica ed emotiva, con la presenza di sintomi o anche solo come difficoltà a vivere serenamente la vita quotidiana, i rapporti interpersonali, il ritmo del tempo che scorre, e quindi con notevoli difficoltà anche a realizzare le proprie inclinazioni personali, il proprio talento unico, le proprie passioni e gli interessi individuali.

Ecco perché anche i sintomi più diffusi e noti come ansia, depressione, fobie, attacchi di panico, ossessioni, disturbi psicosomatici non sono mai gli stessi tra le persone. Certi aspetti della mia ansia sono simili a quelli dell’ansia di un’altra persona, ma molti aspetti acquistano senso solo se connessi al loro ruolo, funzione e significato nella storia e nella personalità del singolo individuo.

Quindi, per risolvere completamente (o quasi) la sofferenza legata ai sintomi, il lavoro per la persona si sposta a questo livello di personalità: diventare consapevoli dei propri modi tipici di pensare, di agire, di entrare nelle relazioni, di vivere ed esprimere le emozioni, di governare lo stress quotidiano. In particolare, la persona gradualmente viene aiutata a rendersi conto che il suo modo di essere, sviluppato fin da quando era bambino e successivamente consolidato negli anni fino a caratterizzare una vera e propria identità (questo sono io), non è più funzionale come in passato, ma comincia a creare dei problemi. Ad esempio, la mia “grinta” e “determinazione” da sempre mi caratterizzano e mi hanno portato ad essere una persona “forte” e “rispettata”, ma oggi, sempre più, questo mio modo di essere mi crea dei problemi con gli altri che si spaventano di me o hanno difficoltà a parlare con me senza litigare o non si sentono ascoltati… per cui alla fine resto solo.

La consapevolezza di come funzioniamo come persone è il primo necessario passaggio a cui fa seguito la messa in discussione del proprio modo di essere, la valutazione critica e la rivisitazione di una o più parti di questa architettura interiore.

Lo scopo terapeutico conclusivo è rendere più “flessibili” quelli che da una vita sono modi “rigidi” di interpretare gli eventi, considerare se stessi e le altre persone, concepire il mondo e la vita, agire e reagire nei rapporti interpersonali.

2 pensieri riguardo “I sintomi e la personalità”

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