Soli e accompagnati

Ti è mai capitato, nelle relazioni interpersonali, di avere la sensazione di essere guidato non solo dai tuoi proponimenti consapevoli, ma anche da una pressione interna ad agire in un certo modo? Ti è mai capitato di vivere, sul lavoro, delle emozioni “strane” che non riesci a collegare a quello che sta accadendo in quel momento? Ti è mai capitato di interagire con qualcuno e pensare di non essere te stesso?

Quando interagiamo con gli altri non siamo mai da soli. Ovvio. Non siamo mai solamente le persone presenti nello scambio in quel momento. Ad esempio, nei rapporti significativi, in tutti i rapporti significativi: tra partner di una coppia, tra genitori e figli, tra fratelli, ma anche in rapporti altrettanto significativi come può essere tra amici intimi oppure in rapporti di lavoro in cui entrano in gioco vissuti legati all’autorità (chi detta le regole a chi deve eseguire, chi comanda e ha potere a chi invece deve esclusivamente far riferimento alle direttive di altri). Gli stessi rapporti politici sono orientati in questa direzione: in qualche modo hanno a che fare con il governare, il comandare, l’avere potere, il dirigere, ma anche col prendersi cura, proteggere bisogni e favorire il realizzarsi di desideri, il prendere delle decisioni che condizionano la vita di tante persone. E quindi presentano aspetti che riguardano i primi rapporti significativi della nostra infanzia.

In tutti questi contesti relazionali, più o meno emotivamente significativi per la persona che vi partecipa, possiamo dire che apparentemente siamo soli, ma di fatto siamo sempre accompagnati.

Esiste una comunicazione esplicita, evidente, manifesta, consapevole: due o più persone che stanno interagendo; ed esiste anche una comunicazione sottintesa, implicita, nascosta, inconsapevole, ulteriore e profondamente influenzante ciò che accade in termini di interazione concreta e in termini di sensazioni, emozioni, pensieri e vissuti di ciascuna delle persone coinvolte.

Un esempio di questa dinamica, che riscontro comunemente in terapia, è quando mi ritrovo a sentire una persona che mi racconta alcune interazioni o episodi significativi col proprio figlio, magari anche in accordo con l’altro genitore. Emerge che l’educazione del figlio è influenzata inconsciamente dalla relazione di quel genitore con il proprio genitore. In tale modo quindi il genitore non pensa a e non guarda “veramente” quel figlio, ma attraverso quel bambino o ragazzo “guarda il proprio genitore” o “il bambino che è stato”. A volte succede proprio che come genitore finisce per trattare il figlio come avrebbe voluto che i propri genitori lo trattassero. Oppure oggi da adulto si comporta proprio come è stato trattato dai suoi genitori anche se questo trattamento ricevuto dai genitori lo ha fatto soffrire da bambino.

Anche se non fisicamente, di fatto, un’altra persona è emotivamente, mentalmente, psicologicamente presente nell’interazione attuale.

Altro esempio di questa dinamica la ritrovo frequentemente nelle interazioni di coppia. Ciascun partner si porta dentro inconsapevolmente i propri genitori e finisce per metterli in mezzo… C’è sempre qualcosa che sfugge all’attenzione consapevole e che condiziona potentemente l’interazione di coppia. Fino agli estremi in cui la scelta profonda del partner e il modo tipico di interagire con lui/lei sono “mossi” da “richieste implicite” di compensare vuoti o carenze genitoriali. Il messaggio profondo, inconscio, che guida molti aspetti della vita di coppia è “io cerco il genitore che non ho avuto e tu devi esserlo…”, “io cerco quello che non ho ricevuto dai miei e tu devi darmelo…”.

Da questo punto di vista, possiamo dire che è impossibile essere soli… in qualche modo siamo sempre accompagnati.

Il rischio, in questo tipo di situazioni, è che di fatto “non guardiamo” veramente l’altra persona con cui stiamo comunicando, ma proiettiamo su di lei il nostro mondo interiore, i nostri fantasmi del passato, le nostre antiche fatiche emotive, le nostre questioni in sospeso, le nostre ferite; quindi finiamo per interagire con una persona attraverso il filtro distorcente dell’idea che noi abbiamo dell’altra persona, attraverso le nostre pressioni inconsapevoli a percepire quello che cerchiamo, a pensare ed agire guidati dal bisogno profondo di mettere a posto ciò che da tempo immemore è “spostato” dentro di noi.

Anche con un amico posso comportarmi come fosse un’altra persona significativa della mia vita, piuttosto che sul lavoro posso intrattenere dei rapporti, positivi o negativi, in qualche modo “vedendo” nel collega o nel capo o nel subordinato qualcun altro rispetto alla persona reale che ho di fronte. Addirittura in politica, al di là dei valori appresi in famiglia e nei propri gruppi di appartenenza che hanno formato la nostra coscienza politica, al di là di scelte consapevoli legate a ciò che per noi è importante, spesso i nostri vissuti rispetto ai valori sociali, psicologici e culturali portati dai diversi schieramenti, hanno molto a che fare con dimensioni inconsapevoli, con pressioni che hanno origine nella nostra infanzia e che si annidano nell’inconscio.

In terapia, lavoro su questo tipo di consapevolezza ovvero aiuto le persone a rendersi conto di come le proprie interazioni attuali siano in qualche modo “inconsciamente governate” da una comunicazione che riguarda sé con “qualcun altro” non presente in quel momento. O riguarda “qualche cosa” (un valore, una convinzione, un’emozione indigesta, un imperativo su come comportarsi, ecc.) che fa parte di ciò che abbiamo incamerato nella nostra infanzia, nel nostro processo di crescita e che oggi, in qualche modo, inconsciamente, ci governa da dentro; una sorta di “questione aperta o irrisolta” che “siamo chiamati sempre a riproporre” fino a quando non l’abbiamo “chiusa”, psicologicamente elaborata, emotivamente “risolta”, collocata e dotata di senso all’interno della nostra storia individuale e familiare.

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