Tanti buoni motivi per essere (in) felici

Tutti noi siamo abituati a darci delle spiegazioni rispetto a qualcosa che è successo. È una necessità della mente umana che soddisfa il nostro bisogno di “prevedere”, “controllare” e “dare senso” al mondo. È quello che ci ha permesso di sopravvivere ed evolverci dalle “bestie” che eravamo a quelle che siamo… Fa parte del “bisogno di controllo” tanto importante e, spesso, tanto disfunzionale quando è eccessivo. Ad esempio, ciascuno di noi può raccontarsi la storia della propria vita facendo riferimento a momenti significativi, eventi importanti, incontri “casuali”, scelte cruciali che hanno determinato, nel bene e nel male, la situazione attuale. Se quel giorno… Se in quell’occasione… Se avessi dato retta… È proprio grazie a … Fortuna ha voluto che… È stato il destino a … Probabilmente, ciascuno di noi può completare queste frasi con riferimento a crocevia e scelte fondamentali della propria vita che lo hanno condotto ad essere quello che è oggi. Nel bene e nel male.
Spesso, questa nostra esigenza e modalità di dare senso al mondo, purtroppo, diventa anche un modo per criticare, colpevolizzare, giudicare se stessi e gli altri, a colpi di stereotipi, pregiudizi e generalizzazioni. Solo per fare qualche esempio. “Sono stato proprio un cretino a lasciare gli studi, ma nessuno mi ha incoraggiato a fare diversamente”. “Ma chi me lo ha fatto fare a cambiare lavoro?! Non mi dovevo fidare del mio fidanzato di allora!”. “Le persone non hanno meglio da fare che spettegolare: è questo che mi porta ad essere estremamente schivo e diffidente”. “I miei vicini sono le persone più fredde che io abbia mai incontrato… del resto sono settentrionali”. “Solo un meridionale può urlare a squarciagola alle due di notte…”. “Mio nonno era un debole, mio padre era un debole, io come potevo venir fuori?”.
Ciascuno di noi si porta dietro un’immagine di sé, degli altri e del mondo che deriva dal modo in cui da sempre, fin da bambini, siamo (stati) abituati a darci delle spiegazioni, a trovare dei motivi e delle cause della nostra felicità e della nostra sofferenza, della nostra vita e di quella degli altri, del mondo, del passato, del futuro. In base a queste spiegazioni ci siamo fatti un’idea di come funzionano le persone e le cose, ci siamo costruiti una mappa per girare il mondo.
Bene, potremmo dire. Quando questa mappa ci aiuta ad essere felici, a creare la vita di valore che desideriamo, a vivere in pace con noi stessi e con gli altri, con Dio o con chi per Lui.
Male, dobbiamo dire, quando, più che un’utile rappresentazione della realtà e una guida per il nostro benessere, diventa una storia che ci ingabbia, ci blocca, ci spegne, ci rende sterili e ci tiene assai lontani dalla vita desiderata e dalla persona che vogliamo essere. Ad esempio, invece che offrirci delle soluzioni, ci propina degli alibi, delle giustificazioni e delle scuse per la nostra infelicità. “A causa dei miei genitori mi ritrovo pieno di rabbia cronica”. “La mia infanzia infelice ha danneggiato irreversibilmente la mia autostima”. “La precoce separazione dei miei ha precluso ogni mia possibilità di successo”. “La depressione in cui sono incappato per colpa dei miei mi ha impedito di realizzarmi nel lavoro”. “L’ansia che mi porto appresso fin da bambino ha colorato tutta la mia vita di grigio”. Ti vengono in mente altri esempi?
Nel lavoro terapeutico con queste “mappe interne” si possono seguire, almeno, due strade, distinte e integrabili, al tempo stesso, magari in diversi momenti della terapia:
1. Posso guidare la persona a “rivisitare criticamente” questa mappa, a mettere in discussione i suoi presupposti, a considerarla come solo una delle molteplici mappe possibili per orientarsi nella realtà. Posso aiutarla, insomma, a costruire una nuova lettura della realtà maggiormente “utile” e “realistica” per gli scopi e le caratteristiche della persona. Ad esempio, posso aiutarla a “smontare” la verità assoluta che “tutti” i settentrionali sono freddi e “tutti” i meridionali fanno trambusto, che nella vita “è meglio non fidarsi” e “io sarò sempre infelice a causa della mia infanzia traumatica”.
2. Cerco di sensibilizzare la persona rispetto a questo suo funzionamento mentale e la invito a “fare un passo indietro” rispetto a questi racconti su sé, gli altri e la vita. La aiuto a guardare “dall’esterno” queste storie trite e ritrite su come “la malattia (o mio padre, gli altri, la crisi o qualsiasi altro elemento “causale”) ha rovinato la mia possibilità di una vita piena, ricca ed appagante”. In questa seconda opzione terapeutica non è primariamente importante la verità della mappa, quanto la sua “utilità pragmatica”: a che mi serve vederla in questo modo? Mi è utile veramente rispetto ai miei scopi e bisogni? A cosa mi serve continuare a raccontarmi come una vittima sfigata del mio passato? A cosa mi serve “effettivamente” trovare tutte queste ragioni, motivi e cause del mio e dell’altrui comportamento? Mi è utile “concretamente” per agire allo scopo di raggiungere ciò che desidero? Questa mia descrizione di fatti, eventi, persone e intenzioni mi serve a trovare una soluzione ai miei problemi o mi trattiene semplicemente in un vittimismo sterile? Anche se questa mia spiegazione degli eventi e rappresentazione della realtà delle cose fosse “realmente vera” a cosa mi servirebbe effettivamente? In che modo favorirebbe la creazione della vita che voglio e della persona che voglio essere?

Nella nostra testa (e nel nostro cuore) possiamo trovare sempre dei buoni motivi per compiere un’azione. Si tratti di fare una carezza o picchiare una persona, regalare un fiore o rubare. Ma, abbiamo sempre altrettanti buoni motivi, nella nostra testa, come nel nostro cuore, per non farla. Da cosa ti vuoi far guidare nella scelta delle azioni che quotidianamente creano la tua vita?

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