Chi ti credi di essere

Cosa c’è scritto sulla tua carta d’identità?
Io sono…
Segni particolari…
Come potresti definirti attraverso tre caratteristiche di personalità e tre modi che riconosci tuoi tipici di agire e interagire con gli altri? Invece come ti vedono gli altri? Il partner? I tuoi genitori? I figli? I fratelli? Gli amici? I colleghi di lavoro? Il capo? I sottoposti? Cosa pensano o dicono di te, su chi sei e come sei fatto? Con quali tre caratteristiche ti definirebbe ciascuna di queste persone della tua vita?
Sei sempre uguale a te stesso? Quanto sai essere sensibile al contesto in cui stai o al ruolo che incarni? Per ogni ruolo, che è sempre “un ruolo nella relazione”, potresti scrivere tre caratteristiche che credi di possedere, incarnare, chi e come credi di essere. Ad ogni persona con cui sei in relazione potresti chiedere di dirti tre caratteristiche che ti riconosce, tre aspetti dell’immagine che ha di te. Anche il fruttivendolo si è fatto un’idea di te, di chi sei, per come compri frutta e verdura, per come scegli, per come ti rivolgi a lui, e via così… Per non parlare della parrucchiera o del barbiere … Per chi ovviamente ha ancora motivo di andarci…
Ciascuno di noi è abituato a pensare a se stesso secondo una serie più o meno ampia di aggettivi “qualificativi”. Io sono… Io sono… Io sono…
A volte alcune di queste qualifiche sono inconsapevoli e influenzano come la persona si sente e come crede di essere. Queste caratteristiche formano la cosiddetta immagine di sé, più o meno nota anche a noi stessi.
Sicuramente queste qualità o caratteristiche che ciascuno di noi crede, consciamente o meno, di avere determinano il modo in cui ci comportiamo con gli altri. Se credo di essere attraente e carismatico potrei avere la tendenza ad avvicinare gli altri in modo seduttivo; se credo di essere timido e noioso probabilmente avrò la tendenza ad aspettare che gli altri si avvicinino a me o, invece, cercherò il più possibile di evitare incontri con altre persone. Se credo di essere generoso e servizievole andrò in giro per il mondo ad elargire doni, a fare cose per gli altri, anche quando non me lo chiedono. Chi crede di essere speciale e meraviglioso cercherà applausi e riconoscimenti continui. Chi si sente uno sfigato e vittima forse tenderà ad essere remissivo o magari sospettoso.

Queste credenze su se stessi possono essere più o meno radicate e più o meno potenti nel loro impatto sul comportamento e sulle relazioni. Ovviamente tutto questo è accompagnato da una maggiore o minore fiducia e sicurezza in se stessi. Ed altrettanto ovviamente come mi comporterò “suggerirà” agli altri come reagire. Fino a creare dei cicli interpersonali che possono esitare in modo piacevole o spiacevole.
Un po’ perché ci sono, un po’ perché così mi sento, un po’ perché da tempo sono abituato a pensare così di me, un po’ perché ci credo, un po’ perché ci faccio, un po’ perché gli altri mi rispondono in un certo modo, nel tempo ho finito per crearmi un’identità che da una parte soddisfa il mio bisogno di sicurezza, di riconoscermi ed essere riconosciuto nella mia individualità, dall’altra rischia di essere una specie di gabbia dentro la quale mi trovo, protetto e sicuro nella prevedibilità delle cose che accadono più o meno sempre allo stesso modo, ma anche limitato e costretto nelle mie possibilità di espressione e nella mia libertà di superare quello che sono sempre stato.
In terapia, anche se la persona arriva con i più svariati sintomi o richieste d’aiuto, questo tema dell’identità è sempre presente, in maniera più consapevole o anche solo sottinteso come cornice che inquadra il modo di vivere della persona. Io sono fatto così… La mia zona di comfort. Sicura e stagnante al tempo stesso, rassicurante e restrittiva, confortevole e soffocante… Io sono così di carattere
E allora quasi sempre le persone finiscono per confrontarsi con il limite delle loro caratteristiche, col limite anche di quelle che tutti potremmo considerare delle qualità positive di una persona. Il principio è che ogni aspetto di sé, superata una certa misura, passa dall’essere una risorsa a diventare un problema, dall’essere un valore al trasformarsi in un punto critico o debole. Il generoso diventa uno zerbino che non sa dire no. Il brillante diventa antipatico e spocchioso e spesso viene rifiutato. Il riservato finisce per essere escluso ed isolato. L’intelligente o il bellone finisce per attirarsi antipatie, invidie feroci ed essere allontanato. L’umile viene schiacciato. Il mite viene manipolato. Il sicuro di sé viene aggredito. La persona forte viene trascurata. L’ubbidiente si ribella in modo violento. Il cauto presto diventa sospettoso. L’ambizioso finisce per sfracellarsi a terra. Il diffidente resta solo. L’ingenuo invece mal accompagnato. E il furbo fregato.

Questo aspetto dell’identità riporta, tra l’altro, all’importanza della responsabilità delle proprie scelte. Spesso crediamo che la nostra felicità dipenda dagli altri, dall’esterno, dalla fortuna o dal destino, dal passato o dai genitori, dai traumi che ho vissuto o dalle coincidenze che ho incontrato, dai treni che ho perso e da quelli che sarebbe stato meglio perdere. Sono tutti fattori importanti, ma non possono farci eludere l’importanza di diventare consapevoli del nostro contributo fondamentale, primario, alla nostra felicità o alla nostra tragedia. Alla fine della fiera la terapia trasmette questo messaggio: ciascuno di noi deve farsi carico della propria angoscia e ansia quotidiana e anche del proprio desiderio di creare la vita che vogliamo.

Per il resto tutto può succedere …

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