La bambina che costruiva aquiloni 

C’era una bambina che amava gli aquiloni. Ogni giorno ne costruiva uno, passava il suo tempo a scegliere colori e tessuti, fili e forme per realizzare bellissimi aquiloni. Alla sera aspettava il padre che rientrava dal lavoro per fargli vedere le sue creazioni e poterci finalmente giocare insieme. Ogni giorno la stessa storia: un aquilone da inventare, il desiderio che cresceva fino alla sera quando il padre quasi sempre era ubriaco, violento, incapace di giocare con la figlia, di “vederla”. Si sa i bambini hanno bisogno di sentirsi sicuri e protetti, amati e valorizzati, di giocare per imparare. Ogni giorno quella bambina costruiva il suo aquilone e divenne un’abile creatrice di aquiloni, anche se non riusciva a giocare col papà. Il suo cuore diventava ogni giorno sempre più pieno di dolore e paura, di rabbia e solitudine. Anche sua madre non riusciva a fare niente: il marito era violento e tutti a casa ne avevano paura.

Divenuta adulta quella “bambina” aprì una bancarella itinerante, in giro per i parchi della regione, regalava ad ogni bambino un aquilone e in cambio chiedeva “solo” di poter giocare con lui per qualche minuto… e quando alla bancarella arrivava un adulto c’era anche per lui un aquilone con cui giocare insieme.

Un giorno la signora degli aquiloni sognò la bambina che era stata. E che aveva dimenticato … ma non in cuor suo. In quel sogno parlava con la bambina e le chiedeva che cosa fosse successo nel frattempo … e la bambina cominciò a piangere…

È la storia di un percorso terapeutico, di molti percorsi terapeutici, forse di ogni percorso terapeutico.

Ciascuno di noi da sempre si racconta la storia della sua vita, spesso piena di dolore, solitudine, rabbia. In terapia, la persona impara a riscrivere la sua storia, a credere ad un’altra storia possibile, a farsi guidare da una storia di vita meno traumatica. Che non significa dire che il fango è cioccolata. Significa semplicemente cogliere nella traiettoria evolutiva di una persona gli aspetti di risorsa accanto a quelli traumatici, drammatici, dolorosi.

Ogni persona porta con sé il suo bambino addolorato insieme all’adulto che è diventato con le sue risorse, le sue qualità. il bambino ferito

Quando siamo bambini abbiamo una grande capacità di adattamento alle circostanze che ci capitano, all’ambiente in cui cresciamo, e questa capacità di adattamento ci porta a sviluppare delle abilità personali e relazionali; ad esempio, una persona che ha avuto due genitori “assenti”, “incapaci”, “solo concentrati su se stessi” impara a fare da sola e probabilmente svilupperà da adulta buone capacità di autonomia. Un bambino cresciuto con genitori malati svilupperà capacità di prendersi cura degli altri. Ogni adattamento comporta la valorizzazione di alcune qualità, ma anche il sacrificio di altre, ad esempio il primo bambino probabilmente da adulto avrà difficoltà a chiedere aiuto o anche a sentire i propri bisogni, la propria fragilità e quando vivrà un momento di difficoltà o debolezza tenderà a non riconoscerlo, col rischio di fare comunque tutto da solo anche se avrebbe bisogno del sostegno altrui. Il secondo bambino, probabilmente, saprà prendersi cura degli altri, ma a discapito del proprio benessere, metterà gli altri sempre prima di sé e avrà difficoltà a concedersi di stare male, di fermarsi, di sentirsi in un momento di vulnerabilità o anche di concedersi di vivere esperienze piacevoli senza sentirsi in colpa. Da adulti quindi abbiamo risorse e carenze che derivano dalle scelte, adattative ma mai perfette, fatte quando eravamo bambini.

In terapia, quell’adulto viene aiutato a prendersi cura del bambino che si porta dentro. E spesso è un bambino solo, addolorato, abbandonato. Ma solitamente quell’adulto ha paura di andare a ricontattare quel bambino ferito, ha paura di essere annientato dal suo stesso dolore, ha paura che tornare a quel dolore possa voler dire non riuscire a funzionare più in modo efficiente come adulto. Pensa, ad esempio, come pensava da bambino: “se piango non ottengo nulla”, “piangere è da scemi”, “piangere fa arrabbiare gli altri”, “chiedere è da persone che non valgono niente”, ecc. ecc. In realtà, quel paziente può comprendere che tanto più continua a trascurare il dolore di quel bambino tanto più probabile emergeranno dolori, malesseri fisici e psicologici.

Molte persone arrivano in terapia dopo anni in cui “hanno funzionato bene” e non riescono a comprendere come mai proprio in questo momento hanno sviluppato sintomi ansiosi o depressivi, dipendenze o disturbi psicosomatici. Pur nel rispetto della specificità della storia individuale, la mia risposta è sempre la stessa: la corazza prima o poi cede!!! Quello che ha funzionato finora e ti ha permesso di adattarti e di creare quello che hai creato, oggi diventa il tuo limite, il tuo problema, un rigido modo di pensare e agire che ora chiede flessibilità, chiede nuovi modi per portare avanti la quotidianità, le relazioni, il lavoro, il rapporto con te stesso.

“Non piangere … altrimenti…”. In che modo pensieri, non sempre consapevoli ma sempre potenti, come “non piangere”, “non chiedere”, “non mostrare i tuoi bisogni”, “non mostrare le tue emozioni” sono pensieri utili? Se da piccolo hai imparato che non devi piangere è ancora vero oggi? Se da piccolo piangere risultava inefficace ad ottenere la vicinanza dei genitori ancora oggi non puoi permetterti di esprimere il tuo dolore e la tua solitudine? Se piangere significava essere deboli, ancora oggi se piangi ti senti un debole? E se non piangi sei forte? Ma se quel bambino reale piccolo nella sua infanzia dolorosa aveva bisogno di piangere o di arrabbiarsi o di mostrare le sue paure a cosa serve oggi continuare a negare quella realtà e a reprimere quei bisogni?

“Lì e allora” fare la scelta di non piangere (o qualunque altra scelta “limitata”) ti ha permesso di cavartela, ma ad un prezzo elevato!!! Oggi, “qui e ora”, quale altra scelta possibile hai a tua disposizione?

3 pensieri riguardo “La bambina che costruiva aquiloni ”

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