8 strategie per affrontare i sensi di colpa 

Il senso di colpa solitamente fa riferimento ad alcune situazioni tipiche:
• Hai trasgredito una norma o regola

• Hai danneggiato qualcuno

• Hai fatto degli errori

• Non hai fatto ciò che avresti potuto e dovuto fare

• Hai fatto ciò che non avresti dovuto fare

Ecco alcune strategie (distinzioni fondamentali) per affrontare i sensi di colpa:

1. Distingui il “mi dispiace” dal “mi sento in colpa”. Puoi essere dispiaciuto per qualcosa che è successo a te o a qualcun altro di caro senza per questo doverti far carico necessariamente dell’accaduto.

2. Distingui il “senso di colpa” dalla “responsabilità”. Il senso di colpa ha quasi sempre un’origine infantile legata al confronto tra ciò che siamo (e facciamo) e ciò che dovremmo essere (e fare) per andare bene agli altri o per rispondere a regole interne rigide e persecutorie nei nostri confronti (tiranno interiore). La responsabilità è dell’adulto che rielabora oggi il senso di quel codice di condotta originato nell’infanzia. L’adulto che quindi si assume l’onere di governare una certa situazione in modo più consapevole e libero rispetto a dettami rigidi che potevano avere un senso allora ma non lo hanno più adesso; che si assume l’onere di regolare il proprio comportamento in relazione ai suoi bisogni tenendo conto anche dei bisogni degli altri e della realtà.

3. Distingui i pensieri dalle azioni. Pensieri brutti, sporchi, cattivi sconvenienti, aggressivi, violenti possiamo farli tutti, li facciamo tutti. Diverso è l’agire concreto, reale, che traduce un pensiero “colpevole” in un comportamento “colpevole”. Chi non ha peccato scagli la prima pietra diceva qualcuno. Il peccato è del pensiero o dell’azione? Se pensiamo pensieri colpevoli abbiamo il potere di dare loro un senso evolutivo (realtà interna o soggettiva); se facciamo azioni danneggianti, errori o infrazioni a codici di condotta “buoni e giusti” o qualche azione “riprovevole” allora dobbiamo fare i conti con le conseguenze concrete nella realtà.

4. Distingui le regole di condotta “buona e giusta” stabilite dagli altri dalle tue regole interiori di cosa è buono e giusto. Ciò non significa che ciascuno di noi ha le sue regole private e tutto diventa legittimo o scusabile. Ma nemmeno significa che il nostro comportamento deve essere regolato da ciò che va bene agli altri anche se molto lontano dalle nostre esigenze.

5. Distingui il rimorso inevitabile dall’autocritica tirannica evitabile. Ovvero assumiti la responsabilità di quello che hai fatto e cerca di “riparare”, ma non indugiare in auto-rimproveri inutili che ti bloccano in autopunizioni fini a se stesse e non ti aiutano a capire e superare la situazione.

6. Distingui la ripetizione del passato dalla situazione attuale. È possibile che l’autoflagellazione dei sensi di colpa abbia a che fare con qualcosa che hai imparato a fare quando eri più giovane e che è diventato nel tempo un modo di abusare di te stesso di cui sei diventato esperto, ma che attualmente non ti aiuta a comprendere la situazione e ad affrontarla in modo consapevole e responsabile. È fondamentale, invece, individuare cosa ha motivato il tuo comportamento “colpevole” ora, quali situazioni scatenanti, quali pensieri ti sei fatto rispetto a quelle situazioni, cosa dovevi sapere e prevedere e cosa non potevi sapere, quali emozioni hai provato, quali bisogni sono entrati in gioco. Solo attraverso questo processo di autoconsapevolezza puoi aiutarti a superare il senso di colpa assumendoti la responsabilità adulta e matura di quello che hai fatto e di cosa puoi fare per recuperare: esprimere il tuo dispiacere, chiedere scusa o “perdono”, riparare il danno, correggere l’errore, dare senso alla trasgressione per trovare un altro modo utile per esprimere i bisogni da essa veicolati, condividere emotivamente con l’altro coinvolto il senso di quello che è successo, “pagare” le conseguenze delle tue azioni sia che si tratti di un danno materiale sia che riguardi la perdita di stima o affetto da parte di altri, speriamo temporanea, ecc..

7. Distingui le pretese con cui gli altri si rivolgono a te dal tuo diritto di dire “no”. Se l’altro pretende e tu dici “no” l’altro si arrabbia e forse tu ti senti in colpa se non riconosci il tuo diritto a rifiutare una richiesta; quando vorresti dire “no” ma dici sì, non provi senso di colpa, ma probabilmente rabbia verso te stesso e verso l’altro che ha fatto una richiesta che tu consideri una pretesa ingiusta. Se affermi il tuo “no” in modo convinto e l’altro si arrabbia … è un problema suo (speriamo non tuo). Del resto, spesso sei tu a credere di non poter dire “no” mentre l’altro ti ha fatto solo una richiesta e può mettere in conto un rifiuto della stessa senza per questo arrabbiarsi.

8. Distingui la responsabilità dell’altro dalla tua. Noi non stiamo al mondo per realizzare le aspettative altrui. Se dopo un tuo “no” l’altro ha reagito “male” (quando mi hai detto “no” sono andato su tutte le furie e ho preso a calci lo sportello che si è rotto), si è messo nei guai (tu non c’eri e non ho avuto altra scelta che ubriacarmi) o ha fatto qualcosa di “sbagliato” (avevo bisogno di te… tu non c’eri e io sono cascata nella braccia di un altro…), colpevolizzandoti per la tua mancata presenza allora devi chiaramente affermare a te stesso e all’altro che ciascuno è responsabile di quello che fa e ne affronta le conseguenze… almeno tra adulti liberi e consapevoli.

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