Quello che fai per essere infelice

Spesso le persone arrivano in terapia con problemi che riguardano il rapporto con altre persone: partner, colleghi, genitori, figli, fratelli, amici. L’idea della cura che hanno e la richiesta, diretta o indiretta, che fanno è di essere aiutate a risolvere i loro problemi attraverso il cambiamento degli altri. “I miei problemi dipendono dagli altri. Se l’altro fosse diverso molti dei miei problemi non esisterebbero … io sarei felice…”. Così suona più o meno il ritornello.

Le persone in terapia portano le loro convinzioni su se stessi, gli altri, il mondo, la vita; queste convinzioni sono più o meno consapevoli e rappresentano ciò che la persona crede “assolutamente vero” e che guida il suo comportamento e il modo in cui vive e governa i rapporti interpersonali. Ad esempio, una persona può essere convinta di essere onesto in mezzo ad un mondo di disonesti e tende ad entrare in relazione cercando di non essere fregato quindi comportandosi in modo diffidente. Chi è convinto di essere simpatico in un mondo di persone buone tende a stabilire rapporti spontanei e basati sulla fiducia. Spesso queste convinzioni funzionano da pregiudizi e i comportamenti che ne discendono possono creare delle profezie che si auto-avverano: col proprio comportamento la persona finisce per suscitare negli altri proprio ciò che inconsapevolmente si aspetta. E questo a volte può essere molto positivo, altre volte invece creare emozioni spiacevoli e rapporti difficili.

In terapia la persona viene aiutata a comprendere che, fatte salve situazioni eccezionali in cui siamo impotenti di fronte a qualcuno che ha veramente il potere di farci stare male, ma sono proprio eccezionali, ammesso che esistano, la responsabilità di quello che ci accade è nelle nostre mani, anzi nella nostra testa (quello che pensiamo), nel nostro cuore (quello che proviamo), nelle nostre viscere (quello che desideriamo e di cui abbiamo bisogno), nelle nostre mani e nei nostri piedi (quello che facciamo). La persona viene così aiutata a:

  • mettere in discussione le proprie convinzioni “disfunzionali” su sé, la vita, il mondo, gli altri e le relazioni
  • mettere in discussione l’idea di essere vittima degli eventi e degli altri
  • modificare l’abitudine di deresponsabilizzarsi rispetto al cambiamento
  • rendersi conto della necessità di cominciare, in prima persona, a pensare ed agire in modo diverso per cambiare le cose
  • verificare quanto le proprie convinzioni e le proprie azioni generino aspettative e profezie che si auto-avverano
  • prendersi la responsabilità del proprio contributo rispetto a come vanno le cose
  • imparare a sperimentare nuove azioni e vedere l’effetto che fa …

Nessuno ha il potere di farti sentire inferiore senza il tuo permesso” (Eleanor Roosevelt)

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