Essere e dover essere

La relazione genitori-figli è il modello di tutte le future relazioni fiduciarie, orienta il modo in cui la persona tenderà a creare legami e a governare le relazioni interpersonali.

Quando siamo piccoli ci affidiamo inevitabilmente all’adulto che si prende cura di noi. Il bisogno del piccolo è di essere amato incondizionatamente, senza se e senza ma. Il piccolo implicitamente chiede all’adulto di essere all’altezza delle sue aspettative di fiducia che si sostanziano fondamentalmente nella richiesta inconsapevole: “riconoscimi e accettami per quello che sono, unico e irripetibile, degno d’amore e stima a prescindere” (amore e accettazione incondizionati). “Aiutami a crescere, insegnami a stare al mondo, ad essere autonomo nella testa e nel cuore, ad essere felice”. “Dammi regole e modelli, orienta il mio comportamento, insegnami il bene e il male, ciò che è giusto e sbagliato, buono e cattivo, mentre accogli totalmente il mio modo di essere”. “Aiutami ad essere autonomo e anche ad affidarmi agli altri, a creare legami”.

Le ferite, con cui faremo i conti per tutta la vita, si creano quando il genitore “tradisce” queste aspettative implicite e comincia a proporre modelli e regole che non riconoscono e non accettano l’individualità, la giudicano, la disapprovano, la svalutano, la colpevolizzano, la mistificazione.

Le ferite del resto sono inevitabili. Il mestiere di genitore è veramente il più difficile del mondo: quanto sono elevate le aspettative di “come dover essere genitore” capace di rispondere ad una richiesta di fiducia assoluta? Dove sono i confini della fiducia e quindi del tradimento? Quanto la richiesta è di essere un genitore perfetto? Non solo: ciascun genitore è stato a sua volta figlio e porta dentro le personali ferite del bambino che è stato.
In situazioni “normali” i genitori agiscono in buona fede con l’idea di educare il figlio secondo valori e principi sani e buoni. Purtroppo la buona fede non immunizza dagli errori, molte scelte sono fatte “per il bene del figlio”, ma incapaci di “guardare” con attenzione i bisogni di chi hanno davanti, ancora imbrigliati nel proprio passato del figlio che sono stati e dei genitori che hanno avuto.
Il genitore esterno reale concreto che, attraverso rimproveri, disapprovazioni, critiche, ha tradito le aspettative di fiducia del figlio, gradualmente diventa genitore-giudice interno, presentandosi a sua volta con un certo grado di severità, rimbombando nel mondo interiore con una voce gigantesca: NON SEI COME DOVRESTI ESSERE, NON FAI QUELLO CHE DOVRESTI FARE. Un Giudice Interno che per tutta la vita continuerà a chiedere un dover essere spesso dai confini illimitati e confusi … per cui alla fine “sentiamo che non va bene mai… che non siamo mai abbastanza!!!”.

In nome dell’amore-accettazione di cui ha bisogno, il bambino arriva al tradimento di se stesso e ad un grado, più o meno massiccio, di compiacenza e falso sé: “devo essere come vogliono i miei genitori”. “Se non faccio ciò che li rende felici e tranquilli non mi ameranno più”.

Nel vissuto del piccolo, il prezzo da pagare di una coerenza pura, ideale alla propria autenticità sarebbe l’impossibilità di un abbraccio accogliente dell’altro… la solitudine, il non sentirsi amati. Inconcepibile per il cuore di ogni umano. Sicuramente non possibile per il bambino piccolo e indifeso che ha bisogno di un adulto che lo conduca con amore verso la vita.

Si crea in questo modo un circolo vizioso: il piccolo “chiede” al genitore di essere perfetto e a sua volta il genitore “chiede” al figlio di essere perfetto secondo regole del dover essere che sfuggono a una “realistica” definizione e finiscono inevitabilmente per essere “irrealistiche”, “irraggiungibili” (una missione impossibile). Si viene a creare, in tale dinamica, un terreno fertile per la frattura della fiducia, per le ferite interne da una parte e per sentirsi dolorosamente imperfetti dall’altra.

In terapia ci si trova prima o poi a fronteggiare il giudice interiore. A seconda della propria storia personale, il lavoro col giudice sarà più o meno importante, faticoso e profondo. Come con i nostri genitori reali dobbiamo imparare a riconoscere gli aspetti positivi del giudice: ci guida, ci orienta, ci pone sani limiti per confrontarci con la realtà e per questo possiamo essergli grati. Del resto può essere molto severo, rigido, punisce e pretende l’impossibile. Per questo possiamo arrabbiarci col giudice perché ci sentiamo pressati a corrispondere alle sue aspettative, perché temiamo di perdere la sua fiducia, stima e amore se non facciamo sempre ad ogni costo quello che pretende da noi. Se non ci adeguiamo alle sue pretese il suo giudizio è spietato e ci sentiamo rifiutati, abbandonati, non amati. Oggi come ieri la lotta è la stessa, tra autenticità e dover essere…
Gratitudine e rabbia ci aiutano a ridefinire la persona che vogliamo essere oggi, quanto vogliamo mantenere e valorizzare di ciò che ci hanno trasmesso, quanto vogliamo scartare e lasciarci alle spalle perché non va più bene per noi.
La terapia aiuta a diventare nuovi genitori di se stessi…

3 pensieri riguardo “Essere e dover essere”

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