Cosa manca al depresso? 

Spesso il senso comune non comprende lo stato depressivo. Se pensiamo a noti personaggi, famosi anche per aver attraversato esperienze fortemente depressive, da Edoardo Agnelli a Vittorio Gassman, da Luciano Ligabue a Vasco Rossi, solo per citarne alcuni, senza passare per poeti e letterati maledetti e benedetti, la domanda che ascoltiamo più frequentemente chiede: ma cosa gli manca? Cosa gli mancava? Persone a cui sembra non mancare niente, persone di “successo” nei rispettivi ambiti. Come spesso accade, l’apparenza non rende un buon servizio all’esperienza soggettiva.

Al depresso manca la capacità di riconoscere, accettare, contenere, integrare i sentimenti conflittuali e ambivalenti. Il depresso oscilla invariabilmente tra rappresentazioni di sé come vittima e dell’altro carnefice oppure sé carnefice e colpevole in rapporti distruttivi in cui l’altro è sottomesso, dominato, schiacciato. Non trovando di fatto soluzioni all’angoscia interiore né modulazioni dell’umore soddisfacenti né reale contenimento e lenimento del dolore. Il depresso non riesce a lasciare una visione della realtà “bianca o nera”, “tutto o nulla”, “vita o morte”. La vita è dicotomica, spesso vissuta nella disperazione del vuoto, di un senso di pienezza mai raggiunto, come un secchio bucato che non si riempie mai. Sentimenti aggressivi, non arginati, straripano e prendono le più svariate forme e vie d’espressione, di attacco al sé o all’altro, di chiusura e ripiegamento fino all’estremo comportamento suicidario, rivelatore comunque di una richiesta di aiuto oltre che espressione di aggressività.

Al depresso manca la capacità di vivere “la vita non perfetta” ovvero di viversi piccole esperienze quotidiane “depressive”, fisiologicamente legate al senso dei propri limiti e della personale vicenda umana, senza farle tracimare nella malattia depressiva o in sentimenti depressivi ingovernabili. Tale capacità di elaborazione ed integrazione della propria umana vulnerabilità è ostacolata dall’ossessione legata ai valori del dominio e del successo, valori sociali prima interiorizzati poi, dal dover essere forti e invincibili, dal dover primeggiare oltre ogni scrupolo e considerazione etica, valori che negano la possibilità della debolezza, della fragilità, della sofferenza. La possibilità di soffrire viene giudicata negativamente, esclusa, chi soffre è rifiutato, prima per pena poi per rabbia: non c’è tempo né spazio, né dignità e attenzione per l’ascolto della sofferenza, dell’interiorità. La sofferenza e la sensibilità devono essere negate, addomesticate, dominate. Chi non si adegua alle aspettative sociali (e interiorizzate) di “dover essere il primo o il più o il top” è emarginato, escluso, deve vergognarsi e nascondersi, soffrire in solitudine, morire di senso di inadeguatezza.

Al depresso manca l’orientamento al futuro, è bloccato in ogni progettualità. Ha un tempo vissuto “congelato” nel presente e paradossalmente “proiettato nel passato” (senso di colpa, paradiso perduto, nostalgia, rimorso e rimpianto)

Al depresso manca la capacità di accettare il tempo che passa. Guarda sempre al passato, incapace di guardare avanti. Non è in grado di separarsi dal passato, da ciò che è stato; per il depresso perdere qualcosa è vissuto profondamente come perdere se stesso. E al contempo non riesce a vivere il presente, a godere di ciò che il presente offre, non riesce a stare nel pieno dell’esperienza qui-e-ora.

Al depresso manca la capacità di rinunciare al paradiso perduto dell’onnipotenza infantile. Vorrebbe portare sempre tutto con sé, non rinunciare a niente e con ciò di fatto evitare perdite e delusioni inevitabili a cui non vuole arrendersi. E con ciò sprofonda in sentimenti di nostalgia, rimpianto, rimorso, lamento, in cui a volte è chiaramente individuabile ciò che è stato perso, altre volte invece no. Mi lamento dunque sono!!!

Al depresso manca la progettualità esistenziale, la capacità di narrarsi nella propria storia tra limiti e possibilità. La capacità effettiva di accettare e ringraziare per ciò che si è ricevuto oltre che di arrabbiarsi e piangere per ciò che non è stato, di addolorarsi per il vuoto e la ferita mantenendo comunque una speranza.

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